Venerdì, 12 Luglio 2024
La decisione

Pensionato ucciso in campagna a colpi di pistola: due condanne anche in appello

Sono state pesantemente ridotte le pene per gli imputati, uno dei quali ha beneficiato della collaborazione nel ricostruire la dinamica dei fatti

Confermate, ma ridotte, le condanne in Appello per l'omicidio di Pasquale Mangione, il pensionato raffadalese ucciso il 2 dicembre 2011 nella sua casa di campagna in contrada Modaccamo.

Il giudice, accogliendo parzialmente le tesi della difesa ha infatti deciso per una condanna a 16 anni per Angelo D’Antona, difso dagli avvocati Salvatore Pennica e Alba Raguccia, (escludendo la premeditazione dell'omicidio) e dieci ad Antonino Mangione, difeso dall'avvocatessa Valentina Tranchina, che ha potuto beneficiare di una ulteriore riduzione per effetto della collaborazione.

La sentenza di primo grado è stata emessa, lo scorso 25 luglio, dal gup del tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto che aveva inflitto 30 anni a D'Antona e 16 anni a Mangione. 

Ed è stato proprio Mangione a svelare i retroscena della vicenda: si è autoaccusato di avere organizzato l'omicidio tirando in ballo uno dei figli della vittima, in un primo momento indagato con l'accusa di essere stato il mandante. 

"Mi chiese se potevo organizzare l'omicidio del padre, era diventato un fastidio per lui perchè andava in giro a molestare donne in paese. Mi diede 5mila euro che spartimmo con Roberto Lampasona e Angelo D'Antona, altri 1.300 euro li pagò a parte per la pistola che acquistai da un palmese". Così il collaborante aveva raccontato la decisione di uccidere il pensionato. 

A commettere materialmente l'omicidio, secondo il racconto di Mangione, sarebbero stati Lampasona e D'Antona. Il collaborante aveva aggiunto: "Ho chiesto l'autorizzazione a Francesco Fragapane (condannato con l'accusa di essere il nuovo capo mandamento) che mi disse che la vittima non apparteneva a Cosa Nostra e, in definitiva, potevamo fare quello che volevamo". 

La posizione di Lampasona è stata stralciata perchè la Procura non ha notificato, per un disguido, l'avviso di conclusione delle indagini a uno dei difensori, con la conseguenza che l'ordinanza di custodia cautelare in carcere era decaduta per scadenza dei termini. Il processo è in corso davanti alla Corte di assise di Agrigento. La posizione del figlio della vittima è stata, invece, archiviata per mancanza di riscontri.

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