"Nessuna corruzione, quelle palme furono un regalo": D'Orsi davanti ai giudici

La difesa ha impugnato la sentenza di condanna a quattro mesi, fissato il processo di appello

L'avvocato Daniela Posante e l'ex presidente della Provincia Eugenio D'Orsi

“L’ex presidente della Provincia, Eugenio D’Orsi, non ha commesso alcun reato. Manca la prova del collegamento funzionale tra le palme arrivate a casa sua e l'acquisto delle piante fatte dalla Provincia. Senza questo passaggio non esiste alcuna corruzione. Si tratta di due episodi del tutto sganciati fra loro”. L’avvocato Daniela Posante, difensore dell’ultimo presidente della Provincia regionale, prima della soppressione degli enti, insiste e torna a chiedere l’assoluzione dell’esperto uomo politico vicinissimo all’ex presidente Raffaele Lombardo.

"Nessuna spesa illegittima", ecco perchè D'Orsi è stato assolto

La vicenda giudiziaria approda in Corte di appello il 29 gennaio. La difesa ha impugnato il verdetto, emesso l’11 maggio del 2017 dai giudici della prima sezione penale presieduta da Gianfranca Claudia Infantino, che gli hanno inflitto quattro mesi di reclusione per l’accusa di “corruzione per l’esercizio della funzione”. Secondo i giudici, D’Orsi si sarebbe fatto dare da un vivaista quaranta palme del suo negozio, destinate alla sua villa di Montaperto, in cambio di un appalto consistente nella vendita all'ente di tutte le piante dell'attività, prossima alla chiusura. 

Per i giudici, D’Orsi è colpevole. “Anche a voler credere alla tesi - è scritto nella sentenza di primo grado - che l’allora presidente della Provincia, Eugenio D’Orsi, abbia ricevuto un regalo senza alcun preventivo accordo (circostanza sulla quale si dubita per le “contraddizioni dette in aula” e per le dimensioni troppo ingombranti del dono), il fatto stesso di avere accettato e di non avere rispedito indietro le quaranta palme lo rende colpevole di corruzione impropria”.

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L'avvocato Posante contesta questa tesi perché “manca alcun nesso fra l’appalto e il dono del vivaista”: a decidere su quello che, negli anni scorsi, divenne un vero e proprio caso nazionale, saranno i giudici di appello.

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