L'omicidio del bracciante e l'alibi della telefonata: testimone cambia versione 3 volte

Lo scorso 11 luglio, al termine del processo con rito abbreviato, il marito e il figlio sono stati condannati a 30 anni di reclusione

Il luogo del delitto

La telefonata registrata in cui si sente un amico dell’imputata raccontare alla figlia della donna che Anisoara Lupascu, 39 anni, sarebbe stata in un bar la notte dell’omicidio sarebbe una messinscena. "Io ero a casa a dormire, era domenica. Quelle cose le ho dette perchè mi è stato chiesto di farlo con insistenza".

Toloi Dimitru, l'uomo che avrebbe dovuto fornire l'alibi all'imputata, dopo una deposizione interminabile, a tratti con l'ausilio dell'interprete sebbene parlasse l'italiano correttamente ma proprio per la delicatezza della vicenda, arriva alla conclusione che quella prova non sarebbe affatto genuina. Anzi. La conclusione alla quale giunge, dopo avere cambiato più volte versione nel corso della stessa deposizione, è che lo avrebbe detto perché indotto a farlo. Inevitabile che la Procura, rappresentata in aula dal pubblico ministero Antonella Pandolfi, debba mettere a fuoco le circostanze che stanno dietro la vicenda e, in questo senso, potrebbe essere indirizzata a farlo dalla Corte di assise, presieduta da Alfonso Malato, davanti a quale si celebra il processo alla donna, accusata insieme al marito Vasile Lupascu, 45 anni, e al loro figlio Vladut Vasile Lupascu, 20 anni, di avere ucciso, all’alba dell’8 luglio dell’anno scorso, il bracciante agricolo trentasettenne Pinau Costantin, massacrato a colpi di zappa e bastone davanti alla sua abitazione di Naro al culmine di una serie di contrasti per banali rivalità fra famiglie.

In una delle precedenti udienze, su richiesta del difensore della donna, l’avvocato Diego Giarratana, la Corte di assise aveva disposto il sequestro del telefono e della sim che sarebbero stati usati – come ha riferito la figlia dell’imputata, chiamata a testimoniare – per la chiamata e la registrazione della telefonata. Dimitru, venticinquenne, da dieci in Italia, lontano parente della vittima, ha spiegato: "La figlia di Anisoara voleva che le facessi una registrazione in cui discolpavo la madre ma io quella mattina dormivo, era domenica e non lavoravo. Non potevo essere in quel bar. Le dissi che non lo avrei fatto". Dopo il "fuoco incrociato" di domande di pm, parte civile (gli avvocati Giovanni Salvaggio e Francesco Scopelliti) e difesa dell’imputata, il cambio di versione. "C'è agli atti un nastro in cui io dico questa circostanza? Non lo so, mi avrà registrato ma non è vero". Infine la terza versione: "Ho registrato quella conversazione telefonica, è vero. Ma ribadisco che non c'ero in quel bar".

Dimitru va oltre e tira fuori pure la madre che, in aula, aveva detto di avere assistito al pestaggio mortale. "Non c'era neppure lei". La donna è l’unica ad avere scelto il dibattimento. Lo scorso 11 luglio, al termine del processo con rito abbreviato, il marito e il figlio sono stati condannati a 30 anni di reclusione. È stata esclusa dal gup Francesco Provenzano l’accusa di tentato omicidio ai danni della moglie di Costantin che è stata riqualificata in lesioni. 

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