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Corte d'Appello, depositate motivazioni della condanna per calunnia di Arnone

Nonostante il documento contestato dall'avvocato fosse stato redatto da soggetti privi di competenze tecniche, per i giudici omise volutamente "dettagli"

Sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Appello di Palermo ha condannato l’avvocato agrigentino Giuseppe Arnone alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, pena ridotta in virtù del rito abbreviato, per il reato di calunnia, oltre al pagamento delle spese processuali. 

La sentenza ha di fatto ribaltato quella di primo grado che il 17 febbraio 2014 sancì l’assoluzione del legale il quale invece, secondo l'accusa, avrebbe calunniato attraverso una denuncia, poi archiviata, gli esponenti politici del Partito democratico agrigentino Epifanio Bellini, Domenico Pistone e Angela Galvano, costituitisi in seguito parte civile. 

Per la Corte d’Appello "dalla lettura della sentenza di primo grado si rileva come il primo giudice si sia limitato ad una valutazione per così dire “notarile” e formalistica del provvedimento emesso dalle odierne persone offese e della querela presentata dall’Arnone nei loro confronti". 

Inoltre la Corte ha ritenuto che "proprio dalla lettura dell’atto querela emerga la calunniosità delle accuse rivolte dall’odierno imputato ai dirigenti del Partito democratico". La vicenda nasce, infatti, dal provvedimento con cui i dirigenti del partito avevano respinto la richiesta di tesseramento presentata da Arnone perchè una "disposizione contenuta nello statuto del Pd è quella non accogliere domande iscrizione soggetti sottoposti a processo penale".

Nonostante il documento fosse stato redatto da soggetti privi di competenze tecniche al riguardo, per i giudici lo stesso Arnone "non ha comunque tenuto presente il costante insegnamento della giurisprudenza legittimità secondo quale 'In tema di calunnia, la falsa accusa può essere realizzata sottacendo artatamente alcuni elementi della fattispecie, così da fornire una rappresentazione del fatto diversa dalla realtà e connotare di illiceità comportamenti effettivamente tenuti dall’accusato ma in un contesto che li rendeva leciti'".

Anone avrebbe, quindi, "omesso” volutamente nella narrazione dei fatti un aspetto essenziale: cioè si "è ben guardato dal precisare essere stato per comunque sottoposto a giudizio abbreviato".

Nelle motivazioni si legge, infine, che "il Collegio ritiene di non potere concedere all’Arnone il beneficio della sospensione condizionale della pena in ragione dei numerosi precedenti penali per reati di diffamazione (si contano ben otto episodi, alcuni dei quali unificati continuazione, per quali sono state emesse cinque condanne passate giudicato)".

"Le condanne per episodi diffamazione - si legge ancora nel dispositivo della sentenza - evidenziano come l’Arnone sia incline a formulare giudizi nei confronti dei soggetti presi mira che esulano dalla ordinaria continenza e pertinenza dialettica ad attribuire loro dei fatti, talvolta, come nel caso di specie, anche di rilevanza penale, che non trovano rispondenza nella realtà".

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