"Ventiquattrenne morta in incidente provocato da buca", scontro in aula sulle parti civili

I familiari di Chiara La Mendola, secondo i legali dei due funzionari comunali condannati in primo grado, sono stati già risarciti: la replica dei loro difensori

Lo scooter di Chiara La Mendola, nel riquadro la vittima

I difensori dei due imputati chiedono l'estromissione di un fratello e dei genitori della vittima dal processo sostenendo che sono stati già risarciti e, in quanto tali, non possono restare come parti civili. I loro legali replicano sostenendo che "il pagamento si riferisce alla sola provvisionale".

La questione resta aperta e sarà sciolta all'udienza del 2 aprile. Riparte, in Corte di appello, il processo per la morte della ventiquattrenne Chiara La Mendola, avvenuta a causa di un incidente, il 30 dicembre del 2013 al viale Cavaleri Magazzeni. La tragedia che ha scosso la città sarebbe avvenuta – secondo quanto ha accertato il processo di primo grado – a causa di una buca. Il giudice Giuseppe Miceli, il 12 luglio del 2018, ha condannato a un anno di reclusione per omicidio colposo il dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di Agrigento Giuseppe Principato e il responsabile del servizio di viabilità Gaspare Triassi.

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I difensori (gli avvocati Antonino Manto e Giuseppe Scozzari) hanno appellato il verdetto che adesso sarà sottoposto al vaglio della Corte di appello. Uno dei fratelli - Marco - e i genitori insistono e, attraverso i loro difensori, gli avvocati Giuseppe Arnone e Daniela Principato, chiedono di restare nel processo. I difensori dei due imputati, gli avvocati Scozzari e Manto, sostengono invece che fra i loro assistiti e i familiari della povera Chiara sarebbe stato ratificato un accordo transattivo che escluderebbe la possibilità di ottenere un ulteriore risarcimento. La ragazza, secondo quanto ha accertato il processo, avrebbe perso il controllo del suo scooter Scarabeo per colpa della buca finendo sotto le ruote di un’auto che proveniva dalla direzione opposta.
 

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