Giovedì, 13 Maggio 2021
Cronaca

"Esame istologico con un mese di ritardo ma la paziente non si poteva salvare", chiesta archiviazione

La Procura bacchetta l'operato di quattro medici, parlando di "gravi inadempienze" ma sollecita la chiusura del caso perchè la gravità della malattia "non avrebbe impedito il decesso". I familiari si oppongono

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"L'aspettativa di vita della paziente, per la malattia neoplastica da cui era affetta, le dava un'aspettativa di vita di 6-8 mesi. Di conseguenza, anche in assenza delle gravi inadempienze professionali poste in essere dagli specialisti, l'evento morte si sarebbe certamente verificato".

Il pubblico ministero Elenia Manno bacchetta senza mezze misure l'operato dei quattro medici indagati ma, al tempo stesso, ne chiede l'archiviazione, dalle accuse di omicidio colposo e omissione di atti di ufficio, perchè, di fatto, la donna, secondo le risultanze dell'indagine, sarebbe morta ugualmente.

I familiari di Antonina Rizzo, deceduta a 61 anni il 28 novembre del 2017, attraverso il proprio difensore, l'avvocato Graziella Vella, si sono opposti alla chiusura del caso sottolineando che il decorso clinico poteva avere esiti diversi. A decidere - dopo avere sentito tutte le parti in udienza, compresi i difensori degli indagati, gli avvocati Santo Lucia ed Eduardo Cirino - sarà il gip Stefano Zammuto.

Fra le negligenze più plateali il ritardo di un mese con cui sarebbe stato inviato il reperto al laboratorio per l'esame istologico che avrebbe accertato la diagnosi di tumore che, secondo i consulenti del pm, sarebbe stata già "inequivocabile dalle strutture anatomiche".

La sessantenne, che in prima battuta accusava solo dei dolori alla cervicale e una ciste sul cuoio capelluto, si sarebbe rivolta prima a una struttura sanitaria privata, poi all'ospedale San Giovanni di Dio. Da lì iniziò un calvario che la portò più volte all'ospedale di Agrigento, al Civico di Palermo e in un centro radiologico privato. 

Il magistrato della Procura, sulla base della relazione dei propri consulenti, ritiene che i quattro medici indagati - il titolare di un centro radiologico cittadino, due medici del San Giovanni di Dio e un sanitario di una struttura privata -, sebbene abbiano commesso numerose negligenze (la più grave è il ritardo nell'invio del reperto in laboratorio che ha fatto slittare la diagnosi e l'inizio delle cure, da cui scaturiva l'ipotesi di omissione in atti di ufficio), non sono responsabili della morte della donna. 

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