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La strage in mare / Lampedusa e Linosa

Gli undici cadaveri sbarcati a Lampedusa, il comitato 3 ottobre: "Si dia un nome alle vittime del naufragio"

Appello per mettere in atto tutte le procedure necessarie: "Purtroppo manca un protocollo comune"

"Abbiamo appreso che i cadaveri delle 11 persone morte nel naufragio al largo della Libia sono stati sbarcati a Lampedusa e non nella vicina Porto Empedocle. Anche nel caso di questo tragico naufragio è emerge uno dei problemi più grandi: la mancanza di un protocollo comune su tutto il territorio nazionale per identificare le vittime del Mediterraneo".

Lo ha detto il comitato 3 ottobre, con una nota, commentando l'ultima tragedia del mare.

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"La corretta identificazione di queste vittime - si legge nella nota - è una questione di uguaglianza. Come ripetiamo da anni, l’identificazione dei morti è salvaguardata da leggi nazionali e internazionali, tra cui le quattro convenzioni di Ginevra del 1949 e i successivi protocolli così come l’articolo 10 della nostra Costituzione che parla chiaro sull’uguaglianza dei cittadini stranieri.  Non si tratta, quindi, solo di un obbligo di carattere morale, ma di un obbligo giuridico". 

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Il comitato aggiunge: "Siamo, quindi, ancora una volta a chiedere alla Prefettura di Agrigento di mettere in atto tutte le azioni atte all’identificazione di queste 11 persone e che le salme non vengano sepolte tanti cimiteri sparsi in tutta la Regione e che vengano resi pubblici i luoghi di sepoltura".

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Così Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre: “La nostra battaglia è per dare un nome e una degna sepoltura alle vittime. Negare, infatti, questo diritto è contro ogni principio di umanità. Ogni persona ha diritto a una degna sepoltura così come i familiari hanno diritto di avere un luogo in cui ricordare e piangere i propri cari. Oltre alle procedure di sepoltura, l’Italia dovrebbe conservare le informazioni utili alla futura identificazione dei corpi”.

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