Mazzette al Comune di Palermo, chiusi gli interrogatori: gli imprenditori agrigentini si difendono

Sono stati sentiti anche i costruttori della “Biocasa srl”: Francesco La Corte di 47 anni di Ribera e Giovanni Lupo, 77 anni, originario di San Giovanni Gemini

Chiusi gli interrogatori per gli arrestati nell’ambito dell’inchiesta sul presunto giro di mazzette al Comune finiti ai domiciliari sabato con l’operazione “Giano Bifronte” dei carabinieri e della guardia di finanza. Stamattina, davanti al gip Michele Guarnotta, sono stati sentiti l’ex consigliere comunale, nonché presidente della seconda commissione, con competenze anche sull’Edilizia privata, Giovanni Lo Cascio; il costruttore della “Biocasa srl”, Francesco La Corte di 47 anni di Ribera ed il progettista Fabio Seminerio.

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L’unico ad avvalersi della facoltà di non rispondere è stato Lo Cascio (difesa dagli avvocati Giuseppe Gerbino e Salvatore Battaglia), mentre La Corte (assistito dall’avvocato Massimo Motisi) ha respinto le accuse e fornito una sua versione dei fatti per più di un’ora. Infine Seminerio (difeso dall’avvocato Enrico Sorgi) ha deciso anche lui di difendersi ed ha parlato per un paio d’ore. Nello specifico, ha chiarito i suoi rapporti con il funzionario del Comune, Mario Li Castri (arrestato anche lui sabato), ammettendo la collaborazione professionale con lui, ma negando che questa fosse proseguita quando Li Castri aveva avuto incarichi a Palazzo delle Aquile. Mai avrebbe ottenuto favori dall’ex socio – ha spiegato al gip – e la prova sarebbe evidente: i due progetti da lui presentati furono entrambi bocciati proprio da Li Castri. Seminerio ha inoltre detto di aver conosciuto l’ex boss Filippo Bisconti, ma da imprenditore e soltanto in relazione ad un incarico seguito da una sua azienda. Appena il pentito era stato arrestato nel 2015, il progettista avrebbe troncato ogni rapporto.

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Ieri erano stati interrogati Li Castri, il costruttore della “Biocasa srl”, Giovanni Lupo, 77 anni, originario di San Giovanni Gemini, l’ex consigliere comunale di Italia Viva, Sandro Terrani, ed il dirigente del Comune Giuseppe Monteleone. Tutti avevano risposto alle domande del giudice, negando le accuse di corruzione legate a tre piani costruttivi, mosse dal procuratore aggiunto Sergio Demontis e dai sostituti Giovanni Antoci, Andrea Fusco e Francesco Gualtieri.

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Il funzionario Mario Li Castri, difeso dall’avvocato Marcello Montalbano, per oltre tre ore, non solo ha negato gli addebiti, ma anche fornito indicazioni (riservandosi di produrre documenti) per chiarire la sua posizione. Ha spiegato di aver sempre svolto il suo ruolo con correttezza, negando di aver mai conosciuto Giovanni Lupo e Francesco La Corte della “Biocasa srl”, l’azienda interessata all’approvazione di tre piani costruttivi da parte del Consiglio, e delineando i suoi rapporti con il progettista Fabio Seminerio, suo ex socio. Ha anche sottolineato di non aver mai ricevuto l’ex boss Filippo Bisconti nel suo studio, anche se in passato lo ha conosciuto come imprenditore. Per quanto riguarda i piani, Li Castri ha ribadito di averli ritirati in seguito al procedimento disciplinare avviato a suo carico, sottolineando come i funzionari che poi se ne occuparono non li avevano bocciati.

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Lupo e l'ex dirigente comunale Giuseppe Monteleone, difesi rispettivamente dagli avvocati Giovanni Di Benedetto e Nino Zanghì, hanno risposto anche loro alle domande del gip per oltre un’ora ciascuno. Anche loro hanno respinto le accuse e fornito dei chiarimenti. Infine anche l’ex consigliere comunale di Italia Viva, Sandro Terrani, assistito dagli avvocati Raffaele Tango e Michelangelo Zito, si è difeso. Per la Procura si sarebbe impegnato a fare arrivare in Consiglio i piani costruttivi, ottenendo in cambio un posto di lavoro dalla “Biocasa srl” per una sua cara amica, Vincenza Stassi. Terrani ha spiegato che non avrebbe mai ricevuto alcuna richiesta di favore da parte degli imprenditori, che conosceva per via della sua attività politica.

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A scagionarlo, dal suo punto di vista, sarebbe il fatto che non avrebbe avuto alcun ruolo utile per far passare i piani, visto che era in Commissione Bilancio. Inoltre, quando le delibere arrivarono in Consiglio lui sarebbe stato a Roma. Secondo la sua versione, sarebbe stato il sindaco, Leoluca Orlando, a premere perché i piani arrivassero a Sala delle Lapidi, e lui avrebbe condiviso questa linea: lo scopo era chiudere la vicenda, in qualsiasi modo, anche bocciandoli, per evitare anche le denunce da parte delle cooperative interessate. 

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