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La magistratura ricorda il sacrificio del "giudice ragazzino", Di Matteo:”La politica non ha voluto lottare contro la mafia”

Al palazzo di giustizia si è svolta una tavola rotonda in memoria del magistrato canicattinese assassinato il 21 settembre del 1990

 

La magistratura agrigentina ha ricordato la figura del giudice Rosario Livatino, in occasione del trentesimo anniversario della sua uccisione. Nell’aula del tribunale che porta il suo nome sono intervenuti, fra gli altri anche il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, l’arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro, il consigliere del Csm, Antonino Di Matteo e il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio. 

“La Sicilia – ha detto Fico al suo arrivo in tribunale -  è terra di grandi uomini e Livatino è uno di questi grandi uomini, lascia il senso dello Stato, il senso delle regole, il senso della Giustizia e il senso della legalità ed è l’esempio che dobbiamo tutti perseguire”.

Fico, Di Matteo e Patronaggio ricordano Livatino: "La magistratura recuperi prestigio con il suo esempio"
Fico, Di Matteo e Patronaggio ricordano Livatino: "La magistratura recuperi prestigio con il suo esempio"

 

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Dai microfoni di AgrigentoNotizie, il magistrato Di Matteo, ha puntato l’indice sulle responsabilità della politica nel non affrontare la lotta alla mafia.

“La magistratura italiana e quella siciliana in particolare – ha detto Di Matteo -  è la magistratura di Rosario Livatino, di Antonino Saetta, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, del procuratore Costa, di Rocco Chinnici di Ciaccio Montalto e di tanti altri. È la magistratura sulle quali spalle – ha aggiunto il consigliere del Csm -  è stata caricata, in maniera quasi esclusiva, la responsabilità di una lotta vera al sistema mafioso che probabilmente, per molto tempo, la politica non ha voluto affrontare. Dobbiamo riportarci ai che quei nostri morti ci hanno insegnato”.

Di come è cambiata nel tempo la mafia e dell’incidenza che l’organizzazione criminale ha sul territorio, ha parlato, invece, il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio.

“La mafia è cambiata, è innegabile che la mafia stragista dei corleonesi ha subito una sconfitta sul campo. Anche nella nostra provincia – ha detto Patronaggio dai microfoni di AgrigentoNotizie - non abbiamo più quei morti che hanno caratterizzato gli anni Novanta. Ma è chiaro che la mafia ha cambiato pelle, è una mafia affaristica, che si fa vedere meno e che fa alleanza con la politica e l’imprenditoria e perciò è forse più pericolosa.  Agrigento - ha aggiunto - è oggi, una città apparentemente tranquilla, dove non ci sono imprese, dove non c’è una forte economia e dove le imprese beneficiano di contributi pubblici e per cui è chiaro, se un’impresa beneficia di contributi pubblici succede inevitabilmente una commistione tra il politico, l’imprenditore e centri di interesse vario”.
 

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