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«Uccidiamo Alfano come uccidemmo Kennedy», blitz dei carabinieri: 6 arresti per mafia

Progettavano qualcosa, parlavano di «nascondere delle armi», e per questo sono stati fermati in tutta fretta i "nuovi padrini" di Corleone. Gli stessi che non molto tempo fa si dicevano pronti a "zittire" il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Progettavano qualcosa, parlavano di «nascondere delle armi», e per questo sono stati fermati in tutta fretta i "nuovi padrini" di Corleone. Gli stessi che non molto tempo fa si dicevano pronti a "zittire" il ministro dell'Interno Angelino Alfano: lo stesso tanto inviso a Totò Riina perché "responsabile" dell'aggravamento del "41bis", il carcere duro.

La Dda ha così deciso di fermare sul nascere l'intento omicidiario evidenziato durante le attività investigative, e con il provvedimento firmato dal procuratore Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Sergio Demontis e Caterina Malagoli, i sei arresti sono stati eseguiti all'alba dai carabinieri tra Corleone, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina, proprio per scongiurare i propositi che sembravano prendere piede.

E' così scaturita l'operazione "Grande passo 3" (da un’attività investigativa sviluppata in prosecuzione delle indagini denominate "Grande Passo" e "Grande Passo 2", che tra il settembre 2014 ed il gennaio del 2015, avevano colpito gli esponenti delle famiglie mafiose di Corleone e Palazzo Adriano), i cui dettagli saranno resi noti in mattinata, e sarebbe emerso come per quegli uomini, si tratterebbe di sei allevatori, la "fine" di Alfano avrebbe dovuto essere quella di John Fitzgerald Kennedy, il presidente degli Stati Uniti ucciso a Dallas il 22 novembre 1963.

«Un'intercettazione inquietante, con annessa presunta rivelazione: i mafiosi di Corleone sostenevano che sarebbe stata Cosa nostra a decidere la morte di Kennedy, per punirlo di un suo voltafaccia» dopo aver usufruito dei consensi elettorali assicuratigli da Cosa nostra, scrive Salvo Palazzolo su Repubblica, rendendo noti attraverso il quotidiano altri dettagli circa le intercettazioni.

«I boss facevano anche delle ipotesi sul luogo dove realizzare l'attentato al ministro dell'Interno agrigentino - scrive Palazzolo -. Poi, però, era rimasto solo un progetto, mai passato alla fase operativa, questo dicono le indagini. Ma nelle ultime settimane i fedelissimi di Riina parlavano spesso di armi da nascondere». Dato, questo, che ha allarmato e fatto entrare in azione i carabinieri di Monreale e Corleone.

Il quotidiano rivela anche che, come da "tradizione" d'altronde, il mandamento fosse al proprio interno costituito da due fazioni, due "correnti di pensiero" e di condotta riconducibili a Totò Riina e a Bernardo Provenzano: «da una parte, i fautori della linea della violenza a tutti costi; dall'altra, i mediatori per eccellenza, gli uomini delle complicità piuttosto che degli assalti», si legge.

E proprio alla seconda "fazione" apparteneva il capo mandamento corleonese, anche lui arrestato alle prime ore del giorno: Rosario Lo Bue, 62 anni, fratello di Calogero già stato condannato per mafia. Dall'altra parte stavano, invece, i "fedelissimi" di Riina che erano, come anticipato, per la linea dura e spingevano per l'attentato ad Alfano, da svolgersi magari in campagna elettorale, «quando sarebbe stato più vulnerabile».

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