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Estorsione spendendo il nome del boss, consigliere comunale: "Avevo paura ed ero teso"

Sul banco degli imputati, fra gli altri, due vecchie conoscenze degli ambienti mafiosi degli ultimi anni

"Certo che ho avuto paura, stiamo parlando di gente notoriamente pericolosa. Ero preoccupato e teso, avevo pure problemi economici a causa di questa storia". Francesco Gambino, presidente del consiglio comunale di Raffadali fino a un paio di anni fa e adesso semplice componente dell'assemblea cittadina, racconta in aula come i suoi presunti estorsori gli avrebbero sottratto circa 17mila euro.

La sua audizione, però, interrotta all'udienza precedente, si è svolta con l'assistenza del difensore di fiducia, l'avvocato Giuseppe Barba, perchè, ammettendo di avere emesso delle false fatture per cercare, attraverso questo escamotage, di recuperare il suo credito, ha di fatto confessato di avere commesso un reato. “Ha visto che stavo facendo un prelievo al bancomat e si è avvicinato chiedendomi 1.000 euro, mi disse che servivano per sfamare i suoi figli. Nino Mangione era una persona poco raccomandabile, notoriamente vicino alla famiglia mafiosa. Glieli diedi e da allora iniziarono i guai”.

Sul banco degli imputati, davanti al collegio di giudici presieduto da Alfonso Malato, sei persone, due delle quali, negli anni scorsi, sono state coinvolte in varie indagini di mafia. Si tratta di Antonino Mangione, 39 anni, di Raffadali, Roberto Lampasona, 42 anni, di Santa Elisabetta; Domenico Mangione, 64 anni, di Raffadali; Concetto Giuseppe Errigo, 56 anni, di Comiso, Girolamo Campione, 42 anni, di Burgio, e Maurizio Marretta, 41 anni, di Santo Stefano. Lampasona e Mangione, secondo l’accusa, avrebbero speso il nome del vecchio capomafia ergastolano per intimidire un meccanico di San Biagio Platani e farsi consegnare assegni in bianco che poi fruttarono circa 60 mila euro.

I due imputati, vecchie conoscenze degli inquirenti per vari reati, anche di mafia (Lampasona, fra le altre cose, è stato arrestato l’ultima volta per associazione mafiosa nell’inchiesta Montagna) avrebbero commesso un’altra estorsione, nel maggio del 2010, un mese dopo la prima, nei confronti di un conoscente dal quale si sarebbero fatti consegnare assegni per 17 mila euro. Proprio su quest’ultimo episodio, ieri mattina, ha deposto per la seconda udienza consecutiva, la presunta vittima che ha rivelato di essere stato avvicinato con un pretesto e poi di essere stato costretto a dare gli assegni in bianco. “Mi restituì solo metà dei mille euro, tornò e mi disse che l’unica possibilità per riavere i miei soldi era dargli gli assegni e firmarli. Ebbi paura perché era un criminale. Nei mesi successivi mi propose di firmargli delle buste paga false per tentare di riavere quei soldi e fui costretto ad accettare”.

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