"Fece affari con i boss per fare crescere le sue imprese", confisca dei beni per imprenditore

I giudici della seconda sezione misure di prevenzione, però, hanno rigettato la richiesta di applicazione della sorveglianza speciale e restituito diversi beni sequestrati al 64enne Calogero Romano

Calogero Romano

Affari con i boss per fare crescere e decollare le proprie attività imprenditoriali: i giudici della seconda sezione misure di prevenzione del tribunale di Agrigento hanno disposto la confisca, vale a dire la definitiva acquisizione da parte dello Stato, dei beni di cui era stato disposto il sequestro nel marzo del 2018, nei confronti dell'imprenditore di Racalmuto, Calogero Romano, 64 anni, condannato in primo grado a 6 anni e 6 mesi per l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Romano, titolare di fatto o di diritto di diverse aziende operanti in svariati settori, con particolare riferimento all'edilizia, secondo quanto avrebbe accertato il processo, per un periodo molto lungo, di circa una quindicina di anni a partire dal 1992, avrebbe stretto accordi con i boss del paese - in particolare Maurizio Di Gati - per sviluppare le sue attività imprenditoriali. Romano, in sostanza, avrebbe pagato il pizzo alla mafia in cambio di sostegno.

Contestualmente al processo penale è stato incardinato un procedimento che aveva portato al sequestro dei beni: un patrimonio di aziende e proprietà stimato in circa 120 milioni di euro che, secondo l’accusa, sarebbe stato acquisito per via della contiguità con Cosa Nostra. Lunghissima e articolata la lista dei beni in cui sono comprese aziende che operano nel campo delle telecomunicazioni e dell'edilizia e un autodromo.

La Procura, nel luglio del 2019, conclusa la fase istruttoria del procedimento di prevenzione, aveva chiesto la confisca, vale a dire l’acquisizione da parte dello Stato (definitiva solo dopo il terzo grado di giudizio), di tutti i beni sui quali sono stati apposti i sigilli. Chiesta anche la misura di prevenzione personale per tre anni. Si tratta di un provvedimento restrittivo della libertà personale, che ha come presupposto la “pericolosità sociale”, che impone, fra le altre cose, l’obbligo di dimora nel Comune di residenza e quello di rientrare nella propria abitazione negli orari serali.

Il collegio di giudici presieduto da Wilma Angela Mazzara, con a latere Manfredi Coffari e Micaela Raimondo, nelle scorse ore, accogliendo anche gran parte delle tesi difensive - facevano parte del collegio, fra gli altri, gli avvocati Salvatore Pennica (nella foto in basso), Alfonso Neri, Lillo Fiorello e Francesco Accursio Mirabile -, ha rigettato la richiesta di applicazione della sorveglianza speciale, ritenendo che "al di là di sospetti e congetture, non ci sono elementi in grado di provare la pericolosità sociale in un periodo diverso a quello compreso fra il 1992 e il 2006".

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Di conseguenza, anche la confisca dei beni è stata ridimensionata ai soli beni acquisiti in quel periodo. Sigilli, confermati, quindi al capitale sociale, di circa il 35 per cento, della Program Group Racing Engeneering, che si occupa della costruzione di impianti sportivi e dell'autodromo di Racalmuto (le restanti quote sono state riconsegnate ai legittimi titolari); dell'intero capitale sociale della Romano Srl, che fabbrica fili e cavi elettrici; di un terreno a Racalmuto e di svariati conti correnti e titoli finanziari nonchè di un autocarro. 

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