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Martedì, 23 Aprile 2024
La decisione / Porto Empedocle

All’ergastolo e dopo 31 anni di carcere ottiene 12 ore di libertà: permesso-premio “storico” per Giuseppe Grassonelli

Il boss denominato “Malerba”, capo della Stidda di Porto Empedocle, è stato condannato per diversi omicidi commessi negli anni Ottanta e Novanta. In carcere si è laureato in filosofia

Lo avevano soprannominato “Malerba”, l’erba cattiva impossibile da “raddrizzare” o “riabilitare”. Rimase ferito nella strage che generò lo sterminio dei suoi parenti e l’avvio di un regolamento di conti mafioso nello stile più atroce. Quando venne catturato non si pentì e non collaborò con la giustizia. Per questo sta scontando la pena massima, il cosiddetto “fine pena mai”, per diversi omicidi commessi nella sanguinosa guerra di mafia negli anni Ottanta e Novanta. 

Ma oggi, dopo 31 anni trascorsi in carcere, metà dei quali trascorsi al 41 bis (ora è in regime di alta sicurezza), ha ottenuto 12 ore di libertà: una decisione storica per il capo della Stidda di Porto Empedocle, Giuseppe Grassonelli, che si trova al carcere di Opera a Milano. La concessione è arrivata dal tribunale di sorveglianza: per lui è il primo permesso-premio. 

In carcere, nel frattempo, Grassonelli ha preso due lauree, in lettere e in filosofia, diventando un perfetto esempio di riabilitazione perfettamente riuscita. La sua storia, tra l’altro, è raccontata nel libro del giornalista Carmelo Sardo intitolato, appunto, “Malerba”. Un percorso di detenzione esemplare che è stato valorizzato dal suo avvocato, Olindo Di Francesco, che per anni ha cercato di ottenere il permesso ottenuto oggi. 

Per il legale di fiducia, infatti, che si è avvalso della collaborazione della collega Valentina Alberti Di Milano, il suo percorso di redenzione, nonostante mancasse il pentimento iniziale, si è perfettamente concretizzato. L’avvocato si è anche soffermato su un tema particolarmente attuale: il contrasto tra la rieducazione del condannato e l’ergastolo ostativo. 

“Il percorso carcerario più che trentennale del condannato - sostiene il Tribunale di sorveglianza - assume oggi un completo e radicale distacco dalle vicende criminali”.

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