Il ruolo dei pentiti nell'inchiesta "Oro bianco", Quaranta e Cacciatore: "Ecco le famiglieddre"

L'ex capomafia di Villaseta: "Cosa Nostra le usava anche per commettere omicidi". Il favarese: "A Palma comandava Rosario Pace e il rappresentante di Cosa Nostra è Nicola Ribisi"

Giuseppe Quaranta e Franco Cacciatore

"Le famiglieddre sono più che altro radicate a Favara e Palma di Montechiaro. Sono delle famiglie normali che si aggregano fra loro. Lo so con certezza perchè quando sono stato latitante dagli Amato, dove sono stato arrestato, sapevo di questa famiglia". A delineare la peculiarità dei gruppi criminali paralleli a Cosa Nostra e alla Stidda è il pentito Franco Cacciatore. Il 21 maggio del 2019, l'ex boss di Villaseta spiega agli inquirenti come si muovevano sul territorio le cosiddette "famiglieddre". 

"Hanno rapporti con Cosa Nostra che li usa quando ha bisogno di qualcosa ma non fanno parte direttamente di Cosa Nostra". Il pm gli chiede se è possibile che possano occuparsi di droga, usura o altre attività. "Direttamente di fatti specifici - risponde - non so. Sono sicuro, però, che quando a Cosa Nostra servono li usa se non si vuole esporre, sono anonimi diciamo. Quindi li usa anche per commettere degli omicidi".

A confermare lo schema indicato da Cacciatore, è un altro pentito, l'ex capomafia di Favara Giuseppe Quaranta. L'ultimo collaboratore di giustizia agrigentino viene sentito il 13 febbraio del 2018. Le sue conoscenze sono più recenti rispetto a quelle di Cacciatore, arrestato venti anni fa. "A gestire ogni cosa a Palma - racconta - è Rosario Pace. I rapporti fra lui e Nicola Ribisi, che di fatto è il reggente della famiglia mafiosa di Cosa Nostra, sono di stretta collaborazione tanto che se Ribisi deve fare qualcosa lo chiede a Pace. In una occasione - prosegue ancora il racconto del pentito - ho incontrato Gaetano Pace che ha voluto sapere da me se avevo sistemato la questione con Francesco Fragapane". 

Quaranta fa pure altri nomi. "A capo del paracco c'è Rosario Pace, poi ci sono Totò Benvenuto e Totò Chiazza che aveva in gestione l'Akragabello, a Canicattì".

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