Mercoledì, 28 Luglio 2021
Mafia

Mafia e traffico di droga, la difesa: "Valentino Messina non c'entra nulla col clan"

Ultime arringhe al processo scaturito dall'inchiesta "Kerkent". Il legale del fratello del boss: "Mai intercettato nel quartier generale della cosca"

Valentino Messina

"Valentino Messina non ha fatto parte di alcuna organizzazione a delinquere, dagli atti delle indagini e del processo emergono al massimo un paio di incontri occasionali e non si capisce neppure come si concretizzano". L'avvocato Salvatore Pennica, difensore di Valentino Messina, 47 anni, di Porto Empedocle, replica così ai pm della Dda Claudio Camilleri e Pierangelo Padova che, nei mesi scorsi, hanno chiesto la condanna a 8 anni di reclusione per il fratello dell'ex superlatitante e capo di Cosa Nostra agrigentina Gerlandino Messina.

Il quarantenne figura nella lista dei ventotto imputati del processo, in corso davanti al gup di Palermo Fabio Pilato, che scaturisce dalla maxi inchiesta "Kerkent" che avrebbe sgominato un traffico di droga legato alle famiglie mafiose dell'Agrigentino. 
L'operazione ha come personaggio principale il capomafia di Villaseta, Antonio Massimino, che avrebbe riorganizzato la cosca subito dopo essere tornato libero avendo scontato l'ultima condanna nell'operazione "San Calogero".

L'ipotesi dei pm, che ne hanno chiesto la condanna per l'accusa di associazione a delinquere e spaccio, è che Valentino Messina abbia avuto un ruolo nella "cellula" che l'organizzazione aveva allestito a Porto Empedocle. L'avvocato Pennica sottolinea: "L'autolavaggio gestito da uno degli imputati (Giuseppe Messina), ritenuto dall'accusa il quartier generale del clan, è stato intercettato per mesi e non c'è mai traccia di Valentino Messina. Evidentemente non faceva parte di alcuna organizzazione".

L'operazione della Dia, in particolare, con una trentina di arresti, il 4 marzo dell'anno scorso ha disarticolato la nuova famiglia mafiosa di Agrigento e un vasto giro di droga che serviva a finanziarla. Le indagini individuano in Massimino - anche lui è nella lista dei 28 imputati che hanno scelto l'abbreviato - l’artefice della riorganizzazione mafiosa nel territorio attraverso il consueto canale delle "messe a posto" e del narcotraffico. Lo spaccio di droga, in particolare, sarebbe stato capillare e diffuso anche al di fuori della provincia di Agrigento e, in particolare, a Palermo e in Calabria. 

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