Inchiesta Kerkent, Cilona rivela: "Un confidente ci indicò in Massimino il nuovo capomafia che gestiva il narcotraffico"

Il capo sezione della Dia di Agrigento racconta in aula come nacque l'indagine: "Stavamo vigilando su obiettivi sensibili ma alcune fonti riservate ce lo indicavano come il nuovo boss. Per non farsi intercettare ha cambiato 18 schede telefoniche"

Il giorno dell'arresto di Antonio Massimino

"Stavamo vigilando su alcuni obiettivi sensibili, vale a dire dei mafiosi appena scarcerati. In quella fase si sono aggiunte alcune fonti confidenziali che ci indicavano in Antonio Massimino il nuovo capo della famiglia che gestiva il grande business del mercato della droga".

Il capo sezione della Dia di Agrigento, Roberto Cilona, rivela così l'origine dell'inchiesta che ha portato alla maxi operazione "Kerkent" che ha fatto luce sulla rinnovata famiglia mafiosa di Agrigento che sarebbe stata messa in piedi, come spesso accade, da un vecchio boss tornato appena in libertà. Lo stralcio ordinario del processo, dove sono imputati in sette, è entrato nel vivo questa mattina davanti ai giudici della prima sezione penale presieduta da Alfonso Malato.

"Antonio Massimino - ha aggiunto Cilona, rispondendo alle domande del pm della Dda Alessia Sinatra - aveva finito di scontare l'ultima condanna rimediata nell'ambito dell'operazione "San Calogero", ancora prima era stato condannato nel maxi processo Akragas alle cosche agrigentine". A consolidare lo spunto investigativo ci pensarono quindi, non dei collaboratori di giustizia, ormai quasi tutti dentro le celle da troppi anni per potere dire qualcosa di nuovo, ma dei confidenti. Un dato non proprio banale in un'indagine di mafia.

"Massimino - ha aggiunto il dirigente della Dia - nel gennaio del 2015 rientra a Villaseta e apre, con una partita Iva intestata alla figlia e subito richiusa, una rivendita di bibite". 

Le rivelazioni delle "fonti confidenziali" fanno scattare l'attività di intercettazione. "Si capisce subito - ha aggiunto Cilona - che attorno a Massimino c'è un vasto gruppo di associati. La prima figura che emerge è Giuseppe Messina che apre un autolavaggio a Villaseta, che poi continuerà a gestire in maniera abusiva, che diventa presto la base operativa del clan". L'inchiesta si allarga e vengono disposte pure le intercettazioni video nell'autolavaggio e in alcuni locali in uso a Massimino. 

Si delinea così il ruolo del figlio di Antonio Massimino, Gerlando; di Francesco Vetrano e del presunto braccio destro di Massimino, in relazione all'attività di racket, Liborio Militello. In questo segmento di indagine fu intercettata anche la palestra Orbital di proprietà degli imprenditori Ettore e Sergio Li Causi, padre e figlio, che nel 2016 ammisero di essere vittime del pizzo e hanno fatto finire a processo Massimino e Militello. 

Cilona, che continuerà la sua deposizione il 16 luglio e dovrà rispondere pure ai difensori (oggi, fra gli altri, erano presenti gli avvocati Salvatore Pennica, Salvatore Virgone, Silvio Miceli e Antonio Pecoraro), ha aggiunto due particolari non secondari. 

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"Massimino per non farsi intercettare usava diciotto schede telefoniche diverse" - ha spiegato Cilona aggiungendo pure che, nell'ambito dell'indagine, è stato sequestrato pure un "libro mastro". "Abbiamo trovato - ha detto - un documento contabile di cui parlavano sempre con cifre e soggetti indicati come creditori o debitori". In questo troncone sono imputati in sette. Si tratta di Pasquale Capraro, 28 anni; Angelo Cardella, 48 anni; Francesco Luparello, 46 anni; Saverio Matranga, 42 anni; Gabriele Miccichè, 29 anni; Calogero Trupia, 34 anni e Angelo Iacono Quarantino, 28 anni.

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