Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Mafia Licata

"Tutto a posto, si è messo a disposizione": ecco come la mafia controllò le demolizioni

Colonnello del Ros rivela in aula le ingerenze della famiglia di Licata nell'appalto che doveva ripristinare la legalità in città. Vito Lauria: "Se serve, ci penso io per il Comune"

"Ci sono andato a parlare, tutto a posto". Il mafioso di Caltagirone, Cosimo Ferlito, rassicurò con queste parole gli altri affiliati della famiglia di Licata sul fatto che Cosa nostra aveva messo le mani sull'appalto per le demolizioni degli immobili abusivi. 

Lavori che avrebbero portato "parecchi soldi". Ferlito ottiene pure la rassicurazione di un altro presunto affiliato, Vito Lauria, sul fatto che - qualora fosse servito - era pronto ad attivarsi col Comune sostenendo di avere delle entrature. "Non c'è bisogno - fu la replica -, Patriarca si è messo a disposizione".

Lo ha detto il colonnello dei carabinieri, Lucio Arcidiacono, a capo del Ros di Palermo, che ha coordinato un ampio segmento dell'indagine "Halycon" che ha stretto il cerchio sulla famiglia mafiosa di Licata accertando anche alcuni legami con la politica e un intreccio con la massoneria deviata. L'ufficiale, citato dal pm della Dda Alessia Sinatra, è il primo testimone del dibattimento che si è aperto davanti ai giudici della prima sezione penale presieduta da Alfonso Malato. In questo stralcio sono imputati in otto.

Si tratta di Angelo Bellavia, 65 anni; Antonino Cusumano, 44 anni; Giovanni Lauria, 79 anni; Antonino Massaro, 61 anni; Salvatore Patriarca, 42 anni; Alberto Riccobene, 53 anni; Gabriele Spiteri, 47 anni e Vincenzo Spiteri, 53 anni. Le accuse contestate sono di associazione mafiosa e favoreggiamento aggravato. 

Nell'ultima udienza è stata ripercorsa la fase dell'indagine che ha provato, sostiene l'accusa, l'interesse e il condizionamento del clan mafioso nell'appalto delle demolizioni.

“Non ho mai ricevuto richieste estorsive o minacce da parte di persone ben precise, ho solo ricevuto minacce dalla folla generiche”. L’imprenditore di Comiso, Salvatore Patriarca, che nel 2015 a Licata aveva in appalto le demolizioni degli immobili abusivi, per questa frase, messa a verbale con i carabinieri il 31 luglio del 2019, alcuni giorni dopo l’operazione antimafia “Assedio”, è finito a processo per l'accusa di favoreggiamento aggravato.

Patriarca aveva aggiunto pure di non sapere chi fosse Giovanni Mugnos, presunto affiliato arrestato nell’operazione, e di non avere avuto contatti con nessun esponente mafioso. 

Patriarca, invece, secondo l'accusa, "consapevole della loro appartenenza al sodalizio mafioso, intrattenne, tra la fine del 2015 e l'aprile del '2016, ripetuti frequenti incontri e contatti con esponenti della famiglia mafiosa di Licata (Giovanni Lauria e Giovanni Mugnos) per il tramite dell'esponente della famiglia mafiosa di Caltagirone, Cosimo Ferlito”. 

"Ferlito - ha aggiunto Arcidiacono in aula - disse a Mugnos che ci sarebbero stati molti soldi per questi lavori". Le indagini avrebbero, inoltre, provato contatti diretti telefonici e non solo fra lo stesso Ferlito e Patriarca. "In un'intercettazione gli dice espressamente al telefono che lo stava chiamando per quei lavori". Sei giorni dopo, sempre secondo quanto rivelato dall'ufficiale in aula, il gps della sua auto rileva la sua posizione "in un posto che coincide con la sede degli uffici di Patriarca". 

Poi, per tranquillizzarlo, chiama Mugnos: "Tutto a posto". Si torna in aula il 26 aprile.

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