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Operazione Condor

Il racket dei depositi giudiziari: raid incendiario organizzato da Galvano all'impresa concorrente

Agli atti dell'inchiesta anche un attentato che l'imprenditore avrebbe commissionato ai fratelli Sicilia e a Domenico Lombardo per tagliare fuori dal giro la ditta che in passato aveva svolto il servizio di soccorso stradale per conto della Prefettura e del demanio

Una tanica di benzina per distruggere tutte le auto nel magazzino del rivale e convincerlo a uscire definitivamente dalla scena. Il settore dei depositi giudiziari di auto e soccorso stradale, gestito proprio su appalto bandito da prefettura e demanio, sarebbe stato condizionato pure dalla famiglia mafiosa.

L'incendio al deposito della ditta concorrente a quella della famiglia di Salvatore Galvano, arrestato nell'operazione Condor, sarebbe stato commissionato proprio dal rivale che era rimasto tagliato fuori dal giro e aveva avviato anche un contenzioso civile (concluso con un pronunciamento a lui sfavorevole) per essere riammesso nelle gara e aggiudicarsi il servizio che per tanti anni aveva garantito lavorando anche al fianco delle forze dell'ordine per soccorsi e depositi di mezzi sequestrati.

Secondo il gip di Palermo, Filippo Serio, che ha firmato l'ordinanza cautelare su richiesta dei pubblici ministeri della Dda, Alessia Sinatra e Claudio Camilleri, l'indagine ha accertato il ruolo nella vicenda dei fratelli Giuseppe e Ignazio Sicilia, di Domenico Lombardo e dello stesso Galvano. L'attentato avvenne il 4 marzo del 2020, pochi giorni prima che l'allora premier Giuseppe Conte ordinasse la chiusura dell'intera nazione per l'esplodere della pandemia.    

Intercettazioni telefoniche e ambientali e servizi di osservazione hanno consentito, sostiene il giudice, di risalire alla preparazione dell'episodio. Ignazio Sicilia e Domenico Lombardo, in particolare, avrebbero materialmente appiccato l'incendio. Giuseppe Sicilia avrebbe contribuito a recuperare la benzina mentre Galvano avrebbe fatto da palo. La sua partecipazione, inoltre, secondo quanto sostiene il gip, si desume dalla sequenza di intercettazioni.

Secondo il giudice, tuttavia, non emerge il "metodo mafioso" nella realizzazione dell'attentato. "Non risulta - scrive - che sia stato preceduto o seguito da ulteriori minacce e intimidazioni e quindi sia stato percepito come messaggio proveniente da un gruppo mafioso". 

Il danno stimato ammonta a circa 20.000 euro ma soprattutto l'incendio, secondo quanto dichiarato dalla vittima agli inquirenti, convinse la vittima, che già non operava più nel settore, a restare fuori definitivamente. 

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