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Il tribunale di Palermo

Il tribunale di Palermo

"Mentirono al processo negando di essere vittime del racket", chieste 4 condanne

Il pg sollecita la conferma del verdetto di primo grado nei confronti di alcuni imprenditori

Furono reticenti e dissero il falso, pur non avendo favorito la mafia “la testimonianza mendace ci fu e non convincono le tesi difensive sulla mancata pronuncia della formula di impegno quando furono chiamati a raccontare i fatti in tribunale e negarono di avere subito richieste estorsive”.

Per il procuratore generale di Palermo le condanne a carico di quattro imprenditori finiti a giudizio dopo la loro deposizione al processo “Dna” devono essere confermate. Un anno e quattro mesi di reclusione erano stati inflitti a Salvatore Abate, 38 anni; al padre Biagio, 63 anni, e a Marcello Sguali, 45 anni; due anni invece per Salvatore Butera, 59 anni, tutti di Porto Empedocle. Il gup di Palermo Ettorina Contino, al termine del processo con rito abbreviato, che esclude altre prove e riduce di un terzo l’eventuale pena, li aveva condannati per l’accusa di falsa testimonianza ma aveva escluso l’aggravante dell’agevolazione di Cosa Nostra. Era stata decisa, inoltre, l’assoluzione dall'accusa di favoreggiamento aggravato. Il procuratore generale, ieri mattina, ha chiesto la conferma del verdetto di condanna. Il 22 febbraio si torna in aula per le arringhe della difesa e, subito, dopo potrebbe esserci la sentenza. Le assoluzioni parziali decise in primo grado sono diventate definitive perché non sono state impugnate. 

La vicenda giudiziaria scaturisce dall'inchiesta antimafia Dna che ha portato in carcere quattro presunti mafiosi di Porto Empedocle e Realmonte ritenuti vicini al boss Gerlandino Messina. Gli imputati di questo processo erano stati interrogati come testimoni in quel procedimento, nonostante si trattasse di un rito abbreviato che, in linea di massima, non prevede che siano sentiti altri testi o acquisite nuove prove. In aula, sostiene l’accusa, avrebbero fatto marcia indietro rispetto alle dichiarazioni fatte in precedenza ai carabinieri riferendo al giudice che le richieste di assunzione di manodopera o di sconto sui prezzi sarebbero state solo “cortesie” o scelte dettate dalla compassione.

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