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L'interrogatorio

L'uomo che ritirava le ricette per Messina Denaro: "Non sono un mafioso e non l'ho mai conosciuto"

L'interrogatorio di Andrea Bonafede, cugino omonimo del geometra che ha ceduto l'identità all'ex superlatitante: "Mi ha chiesto aiuto perché voleva nascondere la sua malattia alla famiglia, non ci ho visto nulla di strano e il dottore Tumbarello sapeva tutto. Per me il 16 gennaio è stato come una bomba"

La mattina della cattura di Matteo Messina Denaro, Andrea Bonafede, cugino omonimo dell'uomo che ha prestato l'identità proprio all'ex superlatitante, era nello studio medico dove fino a qualche settimana prima aveva esercitato Alfonso Tumbarello, poi andato in pensione. E quel giorno, per l'indagato, "è stata soltanto una bomba che è scoppiata e siamo qua e basta, cioè, dopo il 16 gennaio tutto è stato limpido e chiaro, tutto si è messo alla luce del sole". Ma "se io avessi saputo che dietro a tutta questa storia c'era quello che poi c'è stato, non credo mi sarei prestato perché non vorrei e non volevo essere qui in questo momento, volevo essere a casa con la famiglia... Mi rendo conto della gravità dei fatti, certo, però io non sono un mafioso". Questo ha detto durante il suo interrogatorio, il 9 febbraio scorso, dopo essere stato arrestato per favoreggiamento personale.

"Mio cugino mi ha chiesto una cortesia e non mi è sembrato nulla di strano"

Ed è chiaro, il dipendente comunale di Campobello di Mazara: non ha mai visto o incontrato Matteo Messina Denaro. Per il procuratore aggiunto Paolo Guido ed i sostituti Gianluca De Leo e Pierangelo Padova, sarebbe stato lui a ritirare ricette e prescrizioni, ma anche a consegnare a Tumbarello la documentazione del cugino, che aveva in realtà ceduto le sue generalità al boss. L'indagato spiega di non sapere nulla di questo: "E' nato che mio cugino (Andrea Bonafede, ndr) mi ha praticamente interpellato circa un anno fa... Mi ha detto che aveva un polipo maligno al colon, che si era fatto un intervento a Mazara e che comunque doveva proseguire a La Maddalena e, siccome non aveva detto niente ai suoi famigliari, né ai suoi figli che sono fuori, né a sua sorella, sua madre, suo cognato, se io gli facevo la cortesia di andare a prendere queste ricette in modo che loro non lo incontrassero là... Siamo sempre stati in ottimi rapporti e non mi è sembrato niente di strano... Tutta questa cosa ha assunto un altro aspetto dopo il 16 gennaio sinceramente".

"Io non sono medico, non potevo capire i referti"

Nessun sospetto, spiega quindi al gip Alfredo Montalto, che a sua volta gli domanda se si fosse accorto delle condizioni di salute, abbastanza gravi, in cui versava suo cugino: "Una cosa è un tumore allo stato terminale che uno si vede che sta male, sta morendo, una cosa è un polipo che oggi come oggi si leva, si fa la chemioterapia e non dà strascichi dipende che tipo di malignità ha", afferma Bonafede. E poi aggiunge: "Mi scusi, io non è che sono medico e quindi leggo i referti e capisco cosa c'è, cioè mi dava la ricetta, andavo dalla segretaria... Erano tutti atti tecnici, già è difficile capire che cosa scrive un medico, pensi un referto...".

"Lui stava bene, guidava la macchina"

Precisa che "non ho ritirato prescrizioni all'Abele Ajello" o che comunque "non lo ricordo, non ne sono certo". E il giudice gli chiede: "Non è che tutti i giorni suo cugino si deve fare un intervento per un tumore...", allora Bonafede risponde: "Vabbè, un intervento, parliamo sempre di un intervento di un polipo, non è che parlavamo di un intervento così importante come poi si scopre... Se l'ho ritirata io sicuramente non l'ho letta. Mi ricordo quelli de La Maddalena, quelli sì... Non l'ho mai accompagnato perché lui stava bene, guidava la macchina... Qua non è che si parla di un tumore terminale e allora uno dice: 'Aspè ma tu, se hai un tumore terminale, com'è che continui a vivere la tua vita e a lavorare?'".

"Il medico sapeva tutto, non mi ha mai fatto domande"

Ammette di aver incontrato Tumbarello "un paio di volte è capitato pure di fare la ricetta con lui... Consegnavo la documentazione e lui mi dava la ricetta che poi mio cugino veniva a prendere a casa... Penso che a monte si era parlato di questa discussione, che io andavo a ritirare questa ricetta per lui non incontrare i famigliari, era questa la tesi portata da mio cugino, quindi penso che abbia avvisato il medico per dirgli: 'Mando mio cugino a prendere 'ste ricette'". E precisa: "Il medico sapeva che io andavo al posto di mio cugino perché se no non penso che mi avrebbe dato... Io credo che mio cugino lo abbia avvisato già all'inizio... Anche la segretaria, non penso che il primo che ci va e dice: 'Fammi una richiesta a nome di tizio', quella si mette al computer e gliela fa. Deve essere sempre autorizzata". E qui cade in contraddizione con le dichiarazioni di Tumbarello, che nel suo interrogatorio ha riferito di aver chiesto più volte perché non andasse il vero paziente allo studio, ottenendo dal cugino la risposta che avrebbe preferito evitare per mantenere il segreto sulla sua malattia.

"Non sono un mafioso, escludo di aver conosciuto Messina Denaro"

Il giudice chiede poi a Bonafede dello zio, il boss Leonardo Bonafede: "Abbiamo avuto un rapporto zio e nipote, mai mi ha coinvolto nelle sue cose, è stato il fratello di mio padre, è stata una persona importante tra virgolette in questa famiglia, però non abbiamo avuto mai nessun tipo di legame per quanto riguarda il suo tipo di vita, lui ha fatto la sua vita, ha pagato i suoi errori. Per me era una brava persona... Io non faccio parte di nessun tipo di associazione, ho sempre lavorato per mantenere la famiglia, non ho frequentato mai pregiudicati". E non ha mai incontrato Matteo Messina Denaro e "escludo di averlo conosciuto", anche se "Giulietta nera (l'auto del boss comprata sempre dal geometra Bonafede, ndr) a Campobello ce ne sono tante, non escludo che in giro...".


"Non mi sono costituito per paura e non capisco perché sono stato arrestato"

Gli viene anche domandato se dopo la cattura del boss abbia chiesto chiarimenti al cugino, visto che il latitante era stato trovato proprio con documenti a suo nome: "Non ci siamo più visti... Con quello che è successo che cosa mi doveva spiegare?", risponde Bonafede. Che chiarisce anche di aver deciso di non costituirsi spontaneamente "perché è difficile, io sinceramente speravo di essere chiamato e di essere interrogato... Non sono andato anche per paura, uno cerca di continuare a fare la sua vita in maniera coerente, mi aspettavo di essere chiamato, anche lo stesso giorno, non mi aspettavo di essere arrestato, per me è una cosa incomprensibile questa".

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