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L'inchiesta

La mappa dei complici di Messina Denaro: medici, ex amanti, talpe, mafiosi e personaggi misteriosi

A meno di 50 giorni dalla cattura del boss la rete di fiancheggiatori si fa più nitida. Diverse persone sono finite in cella, come il suo autista, l'uomo che gli ha prestato l'identità e il suo medico di base, altre sono indagate. C'è poi una lunga lista di nomi in codice emersi dai pizzini da decifrare. Potrebbero esserci anche appartenenti alle forze dell'ordine

A meno di 50 giorni dalla cattura di Matteo Messina Denaro, avvenuta - dopo tre decenni di latitanza - il 16 gennaio alla clinica La Maddalena, la rete delle complicità e dei fiancheggiatori che gli hanno consentito di sfuggire all'arresto si fa un po' più nitida. Diverse persone sono già finite in carcere con accuse di concorso esterno, mafia e favoreggiamento aggravato, altre sono indagate a piede libero. Di molte, poi, si conosce soltanto il nome in codice ricavato da pizzini e documenti sequestrati finora. E non sono certamente tutti conclamati appartenenti a Cosa nostra, ma rientrano anche in quella "borghesia mafiosa" di cui sin dall'inizio ha parlato il procuratore Maurizio De Lucia, che assieme all'aggiunto Paolo Guido coordina l'inchiesta. Gli ambiti in cui si sta scavando sono quello medico, ma anche politico, vicino alla massoneria, e pure tra le stesse forze dell'ordine.

L'alter ego, le cure, il covo e le macchine

La mappa delle complicità e delle collusioni vede in prima fila Andrea Bonafede, il geometra di Campobello di Mazara di 59 anni, che per almeno due anni ha ceduto la sua identità a Messina Denaro, consentendogli così di accedere anche alle cure per il tumore di cui è affetto. Ma Bonafede, che è stato arrestato il 23 gennaio, secondo l'accusa avrebbe anche acquistato con 15 mila euro in contanti e per conto del boss il suo ultimo covo, quello di vicolo San Vito, oltre a due macchine, una Fiat 500 "Lounge" e una Giulietta. L'indagato, che è nipote dell'ex reggente di Campobello, Leonardo, ha spiegato di aver incontrato per strada l'ex superlatitante "circa un anno fa" e che questi gli avrebbe chiesto aiuto.

L'autista incensurato con coltello e pizzini

C'è poi Giovanni Luppino, l'autista dell'ultimo dei Corleonesi, finito in carcere assieme a lui il 16 gennaio: lo aveva accompagnato a La Maddalena dove Messina Denaro doveva sottoporsi quella mattina alla chemioterapia. Incensurato e commerciante di olive, l'indagato ha negato di conoscere la vera identità del capomafia di Castelvetrano: "Solo un pazzo avrebbe potuto accompagnarlo sapendo che si trattava del boss", aveva detto al gip Alfredo Montalto. Secondo la sua versione, Messina Denaro gli avrebbe chiesto un passaggio la stessa mattina dell'arresto. 

Il medico massone con trascorsi politici

Altra figura centrale è il medico massone, con trascorsi anche in politica, Alfonso Tumbarello, finito in carcere il 7 febbraio. Per la Procura, da medico di base di Campobello, sarebbe stato lui a seguire il paziente "Andrea Bonafede" sapendo però perfettamente che si trattava in realtà dell'ex superlatitante. Il dottore in pensione da dicembre scorso ha prescritto 137 tra ricette per farmaci, analisi e visite specialistiche al boss, oltre a formare la scheda per i ricoveri in ospedale. Durante il suo interrogatorio ha però negato categoricamente di essere a conoscenza della vera identità del malato, col quale - nonostante la grave patologia - non avrebbe avuto contatti diretti. Ha ammesso però di aver fissato un appuntamento tra l'ex sindaco Antonio Vaccarino e il fratello di Messina Denaro, Salvatore, nel suo studio. Un incontro che risale ai tempi in cui Vaccarino (nel frattempo deceduto) collaborando con il Sisde da "Svetonio" aveva cercato (e trovato) un contatto epistolare con l'allora latitante, che si firmava invece "Alessio", finalizzato alla cattura.

L'uomo che ritirava le ricette e consegnava referti

Nella lista c'è anche un altro Andrea Bonafede, dipendente comunale di Campobello e cugino omonimo dell'alter ego di Messina Denaro. Arrestato assieme a Tumbarello il 7 febbraio, è l'uomo che avrebbe fatto la spola tra lo studio medico e l'abitazione del cugino per ritirare ricette e consegnare referti. Anche lui ha negato di sapere di aver aiutato il mafioso: "Mio cugino mi ha chiesto aiuto perché voleva nascondere la sua malattia alla famiglia" e si sarebbe dunque prestato, "non ci ho visto nulla di strano", ha detto al gip. Ha spiegato pure che "il dottore Tumbarello sapeva tutto" e di aver capito in quale storia si era cacciato soltanto il 16 gennaio, con la cattura del boss: "Quel giorno per me è stato come una bomba". Proprio quella mattina, peraltro, poco prima del blitz dei carabinieri alla clinica La Maddalena, Bonafede era nello studio di Tumbarello per ritirare una ricetta per conto del "cugino".

"Fragolone", la sorella del boss e la cassa

A completare per ultima il quadro (provvisorio) degli arrestati anche la sorella più grande del boss, Rosalia Messina Denaro, che tutti chiamano "Rosetta". E' finita in carcere venerdì scorso. Per l'accusa ha consentito al boss di continuare a gestire i suoi affari, occupandosi della cassa e della contabilità, ma anche di mantenere i contatti con altri affiliati. Un braccio destro fondamentale, soprannominato "Fragolone", che avrebbe eseguito meticolosamente e con "ortodossia mafiosa" gli ordini e garantito a Messina Denaro di mantenere il suo ruolo apicale in Cosa nostra oltre che la sua latitanza. Nelle case della donna, a Campobello e Castelvetrano, sono stati ritrovati tanti pizzini e documenti con nomi, acronimi, cifre, molto preziosi per l'inchiesta.

E' stato proprio uno dei bigliettini trovato in una sedia della sua abitazione che ha incastrato definitivamente il fratello: il 6 dicembre il Ros dei carabinieri era entrato nella casa di Castelvetrano per piazzare delle microspie e si è imbattuto in una sorta di diario clinico sulle condizioni di salute del boss che è stato fotografato e rimesso al suo posto. Dal documento si è fatta più chiara la patologia di cui è affetto e sono partite le ricerche attraverso le banche dati del Servizio sanitario nazionale per individuarlo. Gli inquirenti sono arrivati ad "Andrea Bonafede" e all'appuntamento alle 8 del 16 gennaio per la chemio alla clinica La Maddalena appena 3 giorni prima del blitz. Fino al momento dell'arresto, come hanno spiegato i pm, non c'era la certezza totale che il paziente potesse essere davvero Messina Denaro.

I custodi dei bunker

Nella mappa delle complicità entrano poi una serie di persone che sono al momento indagate a piede libero. Tra di loro ci sono i figli dell'autistsa, Vincenzo e Antonio Luppino. Nella casa del primo a Campobello è stato trovato un piccolo bunker - vuoto - che per la Procura potrebbe essere stato utilizzato dal boss. Gli accertamenti si concentrano anche su Errico Risalvato, ex consigliere comunale di Castelvetrano, sfiorato due volte in passato da inchieste di mafia e sempre assolto, fratello di Giovanni Risalvato, imprenditore edile già condannato per mafia e oggi libero. E' riconducibile a lui, secondo i pm, un altro bunker scoperto in via Maggiore Toselli, a Campobello. All'interno sono stati trovati oggetti, quadri e anche diverse scatole vuote, cosa che ha fatto pensare agli investigatori che qualcuno possa aver ripulito la stanza segreta. La famiglia Risalvato, attraverso i suoi avvocati, ha respinto l'accusa sostenendo di non aver in alcun modo favorito la latitanza del capomafia e spiegando che quella stanza non sarebbe un bunker ma un posto sicuro utilizzato per custodire oggetti di valore, tutti acquisiti e detenuti regolarmente.

L'ex amante, l'ex avvocato e l'oncologo

E' finita sotto inchiesta anche Maria Mesi, l'ex amante di Messina Denaro, già condannata per favoreggiamento nel 2000, ma che per i pm avrebbe aiuto il latitante anche in un periodo successivo a quello coperto dalla sentenza. Indagato anche il fratello della donna, Francesco. I carabinieri hanno perquisito le loro abitazioni. Stessa situazione per Antonio Messina, ex avvocato, radiato dal suo Ordine e vicino alla massoneria, coinvolto e assolto nel 2021 nel processo "Eden 3" sui fiancheggiatori di Messina Denaro. Indagato anche il primario di Oncologia dell'ospedale Sant'Antonio Abate di Trapani, Filippo Zerilli, in relazione a una visita oncologica a cui è stato sottoposto "Andrea Bonafede" a dicembre 2020. Il medico ha respinto a gran voce le accuse sostenendo di non aver mai incontrato il paziente.

Le talpe, "Condor", "Reparto", "Grezzo, "Parmigiano" e gli altri

Nella mappa delle complicità si inseriscono poi una serie di figure ancora in parte misteriose. Ci potrebbero essere appartenenti alle forze dell'ordine e esperti di intercettazioni perché dai pizzini trovati sia nel covo di vicolo San Vito che in casa della sorella di Messina Denaro si fa riferimento, con termini molto tecnici, a microspie e telecamere, nonché al modo di sbarazzarsene. Informazioni estremamente precise che, per la Procura, il boss avrebbe potuto apprendere soltanto da qualcuno "del mestiere". C'è poi tutta una sfilza di personaggi dei quali gli inquirenti al momento conoscono soltanto i nomi in codice: "Malato", "Grezzo", "Ciliegia", "Fragolina", "W.", "Condor", "Reparto", "Parmigiano", "Complicato", "Mela". Sono tutti citati nei pizzini sequestrati finora. Potrebbero essere dei "tramiti", cioè componenti della catena per lo smistamento dei bigliettini segreti, ma anche custodi di denaro contante e di altri beni del boss e conoscere anche i suoi business.

Il chirurgo, la diagnosi del tumore e i sanitari della clinica La Maddalena

Accertamenti sono in corso anche sul conto di altri medici, come un chirurgo di Castelvetrano che nel suo studio privato avrebbe sottoposto Messina Denaro a una colonscopia, diagnosticandogli poi il tumore, ma anche sanitari della clinica La Maddalena dove l'ex superlatitante è stato operato a maggio del 2021 e necessariamente ricoverato più volte. Si cerca di capire se chi ha avuto in cura il mafioso fosse effettivamente a conoscenza della sua identità.

Prestanome e appartenenti alla 'Ndrangheta

A chiudere la lista ci sono anche le diverse persone di cui sono state trovate le carte d'identità contraffatte nell'ultimo covo del capomafia: si sta cercando di chiarire se abbiano prestato anche loro, e con consapevolezza, i loro dati o se il boss abbia ottenuto i documenti e li abbia falsificati a loro insaputa. Infine nella rete di fiancheggiatori potrebbero esserci anche, oltre ad altri mafiosi, appartenenti alla 'Ndrangheta: una pista investigativa porta infatti proprio in Calabria dove Messina Denaro potrebbe aver trascorso una parte della sua latitanza. I contatti con i calabresi sono stati acquisiti già in passato in altre indagini e la regione, per la sua vicinanza alla Sicilia, raggiungibile facilmente e senza particolari controlli, potrebbe essersi rivelata molto comoda per il boss. Che avrà viaggiato molto in questi 30 anni, ma che comunque un piede a "casa" ha dovuto sempre tenerlo: l'unico modo per non perdere il suo potere sul territorio. 

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