Mafia, droga e omicidi sull'asse Agrigento-Caltanissetta: spazio alla requisitoria

La maxi inchiesta "Gallodoro" avrebbe svelato un intreccio di criminalità a cavallo di due province, quasi tutti gli imputati hanno chiesto il giudizio abbreviato

Da sinistra Domenico Avarello e Domenico Mangiapane

All'udienza di ieri sono state acquisite le trascrizioni delle intercettazioni. Il 12 novembre ci saranno la requisitoria del pm e tutte le arringhe difensive. È arrivato all'epilogo il processo che scaturisce da un'inchiesta su mafia, droga, omicidi ed estorsioni: un intreccio articolato fra la criminalità agrigentina e quella nissena, che affonda le radici fin dagli anni Novanta, quando il capo indiscusso di Cosa Nostra in provincia era Salvatore Fragapane.

La maxi operazione "Gallodoro", il 31 gennaio del 2019, fece scattare diciassette misure cautelari, eseguite dal Ros. Ventuno gli imputati, davanti al gup di Caltanissetta, di cui nove agrigentini coinvolti nell'ambito del segmento investigativo sul traffico di cocaina contiguo alle cosche. Si tratta di si tratta di Domenico Avarello, 39 anni, di Canicattì; Filippo Cacciatore, 56 anni, di Cammarata; Carmelo Conti, 46 anni, di Casteltermini; Vito De Maria, 59 anni, di Cammarata; Antonino Lattuca, 38 anni, di Agrigento; Domenico Mangiapane, 40 anni, di Cammarata; Maurizio Matraxia, 53 anni, di San Giovanni Gemini; Salvatore Puma, 42 anni, di Racalmuto e Giovanni Valenti, 45 anni, di Favara. I difensori (gli avvocati Diego Giarratana, Salvatore Re, Gianfranco Pilato, Massimo Scozzari, Vincenzo Infranco, Carmelo Nocera, Antonio Pecoraro e Giuseppe Barba) hanno formalizzato da tempo la strategia processuale: tutti, ad eccezione di Puma, saranno giudicati col rito abbreviato.

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Nelle scorse udienze c'è stata l'audizione di tre imputati che ne avevano fatto richiesta. Alessandro Centinaro, 30 anni, di Mussomeli, aveva chiesto di patteggiare 2 anni e 4 mesi di reclusione per un episodio minore. L'inchiesta, fra le altre cose, avrebbe svelato movente e responsabili dell'omicidio di Gaetano Falcone, ucciso a Montedoro (Caltanissetta) il 13 giugno del 1998. Tanti anni dopo sono arrivate le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Carrubba, di Campofranco, che nel 2011 ha iniziato a raccontare la sua verità sulla famiglia della quale avrebbe fatto parte tanto da avere un ruolo nell'omicidio essendo stato uno dei sicari. Fedelissimo di Binnu Provenzano, aveva collegamenti con le "famiglie" di Cosa nostra di Caltanissetta e Agrigento. Il processo, adesso, riprende per le conclusioni del pm e dei difensori.

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