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Il tribunale di Palermo

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Mafia, imprenditori accusati di avere mentito per coprire i loro estorsori: parte appello

Il primo giugno compariranno davanti ai giudici quattro imputati, condannati in primo grado per falsa testimonianza

Il primo giugno davanti alla seconda sezione della Corte di appello: riparte il processo a carico di quattro imprenditori condannati in primo grado con l'accusa di avere testimoniato il falso a un processo nel quale erano imputati i loro presunti estorsori. 

Un anno e quattro mesi di reclusione furono inflitti a Salvatore Abate, 37 anni; al padre Biagio, 62 anni, e a Marcello Sguali, 45 anni; due anni invece per Salvatore Butera, 58 anni, tutti di Porto Empedocle. Il gup di Palermo Ettorina Contino li condannò per l’accusa di falsa testimonianza ma escluse l’aggravante dell’agevolazione di Cosa Nostra. Decisa, inoltre, l’assoluzione dall’accusa di favoreggiamento aggravato.

Furono assolti, invece, da entrambe le imputazioni gli imprenditori Domenico Arena, 49 anni, di Realmonte, e Gaetano Fanara, 68 anni, di Favara. La vicenda giudiziaria scaturisce dall’inchiesta antimafia Dna che ha portato in carcere quattro presunti mafiosi di Porto Empedocle e Realmonte ritenuti vicini al boss Gerlandino Messina. Gli imputati di questo processo erano stati interrogati come testimoni al procedimento Dna.

In aula, sostiene l’accusa, avrebbero fatto marcia indietro rispetto alle dichiarazioni fatte in precedenza ai carabinieri riferendo al giudice che le richieste di assunzione di manodopera o di sconto sui prezzi sarebbero state solo “cortesie” o scelte dettate dalla compassione. Arena è il titolare del ristorante Madison. Secondo l’accusa gli sarebbe stata imposta l’assunzione di una donna, cugina di Filippo Focoso e moglie del realmontino Francesco Luparello, entrambi arrestati nell’operazione “Dna” il 25 ottobre del 2011. Agli altri, titolari di ditte edili, sarebbe stata imposta l’assunzione di personale. Le due assoluzioni sono diventate definitive. 

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