"In cella rischiamo il Coronavirus", ancora richieste di scarcerazione

Fra gli altri, l'ex assistente parlamentare Antonello Nicosia e il 42enne Andrea Puntorno sollecitano ai giudici la concessione degli arresti domiciliari

Antonello Nicosia e Andrea Puntorno

“Le esigenze cautelari possono essere tutelate anche con gli arresti domiciliari, unica misura che può salvaguardare pure la sua salute”: nuova ondata di richieste di scarcerazioni legate all’emergenza Coronavirus. Il gip di Palermo, Annalisa Tesoriere, nei giorni scorsi, ha rigettato la richiesta della difesa di Antonello Nicosia, 48 anni, ex assistente parlamentare della deputata molisana Giusi Occhionero, finito in carcere con l'accusa di associazione mafiosa perchè avrebbe, fra le altre cose, strumentalizzato il suo incarico istituzionale per entrare nelle carceri e veicolare all'interno e all'esterno i messaggi dei boss.

L'avvocato Salvatore Pennica aveva chiesto al giudice di tenere in considerazione l'eccezionalità degli eventi e tutelare la salute dell'indagato, detenuto al carcere di Voghera, città dove è scattata una totale emergenza sanitaria legata al Coronavirus e dove si è registrato il primo caso di contagio di un detenuto. Il giudice ha rigettato la richiesta. La difesa, adesso, ci riprova e torna a chiederlo al tribunale del riesame di Palermo.

Stessa richiesta per Liborio Militello, cinquantenne presunto braccio destro del boss Antonio Massimino. I suoi legali, gli avvocati Giovanni Castronovo e Chiara Proietto, chiedono al gup Fabio Pilato che gli venga sostituita la misura cautelare con gli arresti domiciliari, per tutelare la sua salute in considerazione del fatto che in carcere non è consentito rispettare la distanza interpersonale di un metro né seguire con rigore le altre misure igieniche imposte.

Militello, detenuto nel carcere palermitano di Pagliarelli, è stato condannato di recente in un processo su un giro di estorsioni mafiose in cui è imputato pure Massimino (assolto in primo grado contrariamente a Militello) e, di recente, è stato arrestato ed è finito a processo con l’accusa di associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta Kerkent che delinea il suo ruolo di braccio operativo di Massimino nella gestione della famiglia mafiosa e, in particolare, nella riscossione del pizzo.

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Un altro indagato della stessa inchiesta, l’agrigentino Andrea Puntorno, 42 anni, ritenuto l’anello di congiunzione fra Massimino e la ‘ndrangheta nella gestione del narcotraffico, ha presentato attraverso i suoi legali Giovanni Castronovo e Antonio Turrisi la stessa istanza. Per tutti, nelle prossime ore, è attesa la decisione. 

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