Boss preso con arsenale scagiona il nipote: "Lui non c'entra, la responsabilità è solo mia"

Antonio Massimino prova a fare assolvere il ventiseienne; tenente in aula: "C'era una terza persona, altre indagini in corso"

Le armi sequestrate al boss e al nipote, nel riquadro Antonio Massimino

“Mio nipote Gerlando non c’entra nulla, mi assumo io le responsabilità di quanto accaduto ma quel ragazzo non sapeva niente”. Antonio Massimino, 51 anni, storico capomafia di Agrigento, dal carcere di Terni, dove è detenuto al 41 bis, chiede di rilasciare dichiarazioni spontanee e, prima che inizi il processo, tenta di scagionare il ventiseienne arrestato insieme a lui il 6 febbraio dai carabinieri con l’accusa di detenere un piccolo arsenale.

Questa mattina, davanti ai giudici della prima sezione penale, presieduta da Alfonso Malato, è stato ascoltato il primo testimone della lista del pubblico ministero Gloria Andreoli. Il tenente Marco Spinelli ha raccontato l’arresto, avvenuto poco dopo il tentativo di occultamento di una sacca con le armi.

I militari, infatti, stavano controllando Massimino e la sua casa era monitorata con una telecamera nell’ambito di un’altra inchiesta di cui il pm ha chiesto all’ufficiale di “mantenere il più stretto riserbo”. Ma la questione è subito diventata centrale perché l’avvocato Salvatore Pennica, difensore dei due imputati, ha sottolineato che “in assenza di un’indicazione precisa sul procedimento nell’ambito del quale è stata disposta l’intercettazione video e di tutti i provvedimenti autorizzativi, non si può usare la prova perché sarebbero violate le garanzie difensive”.

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La questione è rimasta un po’ in sospeso e il presidente del collegio ha anticipato che sarà presa una decisione complessiva nel momento in cui dovrà essere acquisito il video. L'ufficiale ha rivelato anche la presenza di un uomo "arrivato con una Smart nella villa di Massimino" che non è stato possibile identificare. 

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