Giovedì, 13 Maggio 2021
Mafia

Usura con metodo mafioso, imprenditore in aula: "Prima di fuggire al Nord pensai al suicidio"

Il titolare di una ditta di soccorso stradale accusa in aula Antonino e Paolo Greco, padre e figlio, 51 e 24 anni. "Avevo bisogno di 8.000 euro e mi rivolsi a loro, pretesero 1.700 euro al mese per circa un anno. Il ragazzo mi diede un pugno per avvisarmi che dovevo onorare il debito, mio figlio non aveva da mangiare"

L'arresto di Antonino Greco

"Mi sono trovato in un momento di difficoltà finanziaria perchè non riuscivo a far fronte a tutte le spese dell'attività e sono stato costretto a rivolgermi a due persone che erano note a Licata, come usurai. Da allora è iniziato un vero e proprio incubo, ero costretto a dargli soldi ogni mese e mio figlio non aveva da mangiare, ho pensato pure al suicidio".

Un imprenditore licatese, scortato nell'aula 7 del tribunale da 4 poliziotti in borghese con il distintivo in evidenza sul petto, racconta la sua odissea al processo, in corso davanti ai giudici della seconda sezione penale, presieduta da Wilma Angela Mazzara, scaturito dall'operazione "Sciacallo". Sul banco degli imputati, con le accuse di estorsione e usura con metodo mafioso, Antonino e Paolo Greco, padre e figlio, 51 e 24 anni. 

L'inchiesta, condotta dalla squadra mobile, ha accertato tre presunti casi di usura fra il 2016 e il 2019. "Chiesi in prestito 8.000 euro - racconta l'imprenditore che ora si è trasferito in una località del Nord Italia rispondendo al pubblico ministero Claudio Camilleri - e mi sono ritrovato a pagargli 1.700 euro per quasi un anno. Per chiudere il conto volevano poi altri 20.000 euro a rate da 500 euro, la mia vita era diventata un incubo".

Il titolare della ditta racconta che "i contatti sono stati tenuti con Paolo Greco che mi scriveva su messenger, visto che il padre era ai domiciliari. Prendevamo appuntamento e gli davo i soldi in contanti, in una circostanza mi disse che suo padre mi voleva parlare e scese per strada anche se era agli arresti".

La situazione, però, ben presto si complica e l'imprenditore non riesce a far fronte a tutti i debiti. L'uomo subisce pure l'incendio di un furgone in questo periodo ma, al di là dei sospetti, non riesce a collegarlo con certezza ai Greco. "Non mi dissero mai nulla in proposito nè io gliene parlai". Racconta, però, di essere stato picchiato.

"Paolo Greco mi portò in una stradina e mi sferrò un pugno al volto contestandomi che non avevo onorato il debito. La mia vita era diventata un incubo, mio figlio non aveva come mangiare e io dovevo dare a loro 1.700 euro al mese. Per questo ho deciso di fuggire al Nord dove gestisco un'attività analoga".

I difensori degli imputati, gli avvocati Giovanni Castronovo, Francesco Lumia e Giovanni Lo Monaco, tuttavia, hanno tentato di fare emergere, attraverso le loro domande, che l'imprenditore, che ha precisato di non essere stato minacciato, si sia trasferito, non per timore, ma per ragioni lavorative della compagna e che la stessa aveva subito dei danneggiamenti nell'ambito di contrasti con il suo ex marito.

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