Il traffico di stupefacenti e la sanguinosa faida sull'asse Belgio-Agrigento

La Direzione investigativa antimafia di Agrigento parla anche di "una faida interna alla famiglia mafiosa operante in Canada, nella provincia del Quebec, in conseguenza della quale alcuni accoliti del clan Rizzuto potrebbero lasciare quel paese per rifugiarsi nel territorio di origine"

Omicidi e tentati omicidi fra il Belgio e l'Agrigentino. Fatti che - stando alla relazione della Dia del primo semestre del 2017 - "confermerebbero l'esistenza di una faida connessa al traffico di sostanze stupefacenti". Ma non sarebbe la sola faida in corso. Ve n'è un'altra - seguendo la ricostruzione della Direzione investigativa antimafia di Agrigento - "interna alla famiglia mafiosa operante in Canada, nella provincia del Quebec, in conseguenza della quale alcuni accoliti del clan Rizzuto potrebbero lasciare quel paese per rifugiarsi nel territorio di origine".

La lunga scia di sangue che lega Favara, Porto Empedocle e Liegi 

"Anche nell'Agrigentino resta alto l'interesse delle consorterie mafiose per il traffico di sostanze stupefacenti, i cui profili - scrive la Dia nella sua relazione semestrale - continuano ad avere importanti riflessi anche in Belgio. Nel semestre in trattazione si segnalano, infatti, un omicidio in Belgio il 3 maggio 2017 e due tentati omicidi: uno, in Belgio, il 28 aprile 2017 e l’altro a Favara il 24 maggio 2017, consumati nei confronti di tre soggetti originari della provincia di Agrigento. Tali gravi episodi delittuosi sembrano essere collegati ad altrettanti fatti di sangue: un omicidio ed un tentato omicidio in Belgio ed un omicidio a Favara, perpetrati nel precedente semestre nei confronti di soggetti originari provincia, che confermerebbero l’esistenza di una faida agrigentina sull’asse Belgio–Agrigento connessa al traffico di stupefacenti". 

In Belgio è significativa la presenza di emigrati della provincia agrigentina, in particolare originari del capoluogo, di Favara e di Porto Empedocle.

Tolleranza per i criminali stranieri 

Il panorama criminale della provincia - scrive la Dia di Agrigento - si compone anche di gruppi criminali stranieri, in particolare rumeni e nordafricani, la cui presenza sarebbe tollerata da Cosa Nostra, perché rivolta a settori illeciti di basso profilo, come il lavoro in nero nel settore della pesca e dell’agricoltura, lo sfruttamento della prostituzione e lo spaccio di droga.

Capacità di relazionarsi 

Secondo la relazione della Dia di Agrigento, "l'imprenditoria" criminale ha una “larga prospettiva” dovuta "alla capacità di relazionarsi anche
con le cosche calabresi". E' stato documentato dall’operazione “Cumbertazione–5 Lustri”, diretta dalla Dda di Reggio Calabria. L’indagine, conclusa nel mese di gennaio ha fatto luce su un cartello di imprese, gestito e coordinato da un sodalizio ‘Ndranghetista del circondario di Gioia Tauro, il quale riusciva a orientare in proprio favore - con la stabile cooperazione di imprenditori siciliani, laziali, toscani e campani - numerose commesse pubbliche, bandite dal Comune di Gioia Tauro, da altre amministrazioni calabresi e dall’Anas. Tra i 35 indagati figurano quattro imprenditori della provincia di Agrigento, mentre tra le 54 ditte sequestrate compaiono due società agrigentine. A riprova di questa sinergia con la ‘Ndrangheta - segnala la Dia - nel mese dello scorso giugno, l’Arma dei carabinieri ha tratto in arresto 19 persone nell’ambito dell’operazione denominata “Proelio”, responsabili di aver creato, promosso e diretto, un’associazione finalizzata al traffico di droga. In particolare, gli indagati di origine calabrese, affiliati alle organizzazioni criminali operanti nella piana di Gioia Tauro - scrive la Dia nella sua relazione semestrale - rifornivano di ingenti quantitativi di cocaina gli indagati siciliani che la rivendevano al dettaglio, con la complicità di esponenti di spicco della famiglia Fragapane, espressione di Cosa Nostra agrigentina.

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Racket sempre e comunque 

"L’estorsione - preceduta e supportata da intimidazioni, minacce e danneggiamenti - resta una delle leve dell’organizzazione per mantenere costante la pressione sul territorio. Un racket che colpisce - scrive la Dia - gli imprenditori nei settori più diversi, quali quello dell’edilizia, dello smaltimento dei rifiuti, ma anche dei piccoli commercianti, realizzato con la riscossione del pizzo, con l’imposizione di manodopera o di slot machine all’interno degli esercizi commerciali".

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