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Giovedì, 19 Maggio 2022
Mafia

Maresciallo in aula: "Latitante protetto dai carabinieri fu ospitato in caserma?"

Sottufficiale lancia sospetti su uno degli imputati: "Presentò ai colleghi un anziano dicendo che era un militare caduto in disgrazia, lo abbiamo fatto ricoverare in una comunità ma in seguito ho capito che era Cesare Genova"

“Mirarchi ci disse che si trattava di un collega carabiniere in congedo che era stato buttato fuori dalla famiglia e doveva essere aiutato, chiamammo il responsabile di una comunità che venne a prelevarlo. Dopo molto tempo ho capito che forse si trattava del latitante Cesare Genova”. Il luogotenente dei carabinieri, Donato Calzolaro, che era in servizio alla compagnia di Canicattì, ha deposto al processo a carico dei presunti fiancheggiatori del boss di Delia, Cesare Genova, evaso dal carcere romano di Rebibbia l’11 aprile del 2010 approfittando di un permesso premio e catturato il 14 luglio dell’anno successivo. Secondo l'accusa, avrebbe trascorso parte della latitanza a Palma di Montechiaro. 

Fra gli imputati, oltre allo stesso Genova, 67 anni, accusato di evasione, detenzione di armi clandestine e ricettazione, ci sono tre carabinieri, due loro informatori e tre fiancheggiatori. Sono i carabinieri Umberto Cavallaro, 37 anni; Giuseppe Federico, 49 anni; e Andrea Mirarchi, 41 anni. Cavallaro, Federico e Mirarchi, insieme a due palmesi - Calogero e Francesco Burgio, entrambi di 31 anni, anch’essi imputati -, che materialmente avrebbero ospitato e accompagnato in giro per la provincia l’ergastolano, avrebbero coperto il latitante.

Ieri, davanti al collegio di giudici presieduto da Luisa Turco, ha deposto fra gli altri il maresciallo Calzolaro che prese parte alle indagini e ha raccontato alcuni particolari inediti. “In un primo momento l’inchiesta partì dopo un furto in un’abitazione dove fu rubato un fucile. Fu sospettato Mirarchi e indagando abbiamo scoperto altri fatti”. Il sottufficiale, rispondendo al pm Alessandra Russo e ai difensori degli imputati, gli avvocati Santo Lucia ed Enrico Quattrocchi, ha spiegato che “controllando i movimenti dei fratelli Burgio, che avevano commesso quel furto, dove fu sparato anche un colpo di fucile, insieme a Mirarchi, si capiva che stavano proteggendo un latitante. Siamo stati autorizzati a intercettarli, al telefono parlavano sempre di un certo zi Peppe. Siamo arrivati alla conclusione errata che si trattasse di Giuseppe Frapagane, fratello di Salvatore, ex capo mafia”. 

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