In carcere per favoreggiamento dei suoi killer, la difesa: "Lo ha fatto per timore, va scarcerato"

Il trentasettenne Carmelo Nicotra finito in cella anche per le accuse di ricettazione, detenzione illegale di armi e ricettazione. Udienza al riesame per chiedere l'annullamento del provvedimento

Carmelo Nicotra

"Non può essere punito per non avere indicato i suoi killer alle forze dell'ordine, se lo avesse fatto avrebbe subito altre pesanti ritorsioni. Ha temuto per la sua vita e, per questo, non può essere imputabile".

Gli avvocati Salvatore Cusumano e Samantha Borsellino, con queste motivazioni, ieri mattina, hanno chiesto al tribunale dell riesame la scarcerazione del trentasettenne favarese Carmelo Nicotra, finito in carcere nell'ambito dell'operazione "Mosaico". L'inchiesta, coordinata dalla Dda di Palermo e svolta sul campo dalla squadra mobile di Agrigento, ha fatto luce su quattro omicidi e tre tentati omicidi. Una delle vittime degli agguati falliti è proprio Nicotra, bersaglio di numerosi colpi di kalashnikov, il 23 maggio del 2017.

La vittima designata, in realtà, era l'amico Maurizio Distefano, 40 anni, già sfuggito a un primo agguato a Liegi, il 14 settembre del 2016, quando venne ucciso Mario Jakelic che aveva come unica colpa - esattamente come Nicotra - quella di trovarsi insieme a Distefano: il quarantenne, noto come "Furia" , sarebbe stato l'autore dell'omicidio, avvenuto nel 2015, del commerciante Carmelo Bellavia e per questo doveva essere eliminato dal gruppo rivale.

Nicotra è finito in carcere per ricettazione, favoreggiamento dei suoi stessi killer, incendio, detenzione illegale e porto in luogo pubblico di armi: tutti i reati aggravati dal metodo mafioso. I suoi legali hanno chiesto di annullare il provvedimento restrittivo. Innanzitutto per un vizio di forma legato, secondo la difesa, "ad un'assoluta mancanza di autonoma valutazione da parte del gip".

In un'altra conversazione, inoltre - da lì scaturisce l'accusa legata alle armi - racconta al cugino di essersi difeso sparando addosso ai suoi killer. "Non c'è alcuna prova - hanno detto i legali - che avesse davvero un'arma illegale, potrebbe trattarsi di una semplice vanteria". Infine la ricettazione dell'auto con cui fu trasportato in ospedale dopo l'agguato. "Non era nella sua disponibilità, apparteneva a Distefano". 

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I giudici decideranno nelle prossime ore. 

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