Racket mafioso a costruttori, chiesta condanna del boss Massimino e del suo presunto braccio destro

Il pg propone sei anni per il capomafia e 5 anni per Liborio Militello che lo avrebbe affiancato nella gestione del clan

Da sinistra Antonio Massimino e Liborio Militello

Sei anni di reclusione per il boss Antonio Massimino, 5 anni per il suo presunto braccio destro Liborio Militello: il sostituto procuratore generale di Palermo, Emanuele Ravaglioli, chiede la riforma della sentenza di primo grado al processo a carico del capomafia e dell'uomo che lo avrebbe affiancato nella gestione del racket.

In primo grado, il 19 aprile del 2018, il gup di Palermo, Fabrizio Molinari, ha deciso l’assoluzione di Massimino e la condanna di Militello a quattro anni di reclusione. Sia i pubblici ministeri della Dda Claudio Camilleri e Alessia Sinatra che il difensore di Militello, l’avvocato Giovanni Castronovo (Massimino è difeso dall’avvocato Salvatore Pennica) hanno impugnato il verdetto e la vicenda, adesso, è interamente in discussione. In appello c'è stata una nuova attività istruttoria.

Gli imprenditori Ettore e Sergio Li Causi, padre e figlio, in un'udienza precedente, hanno confermato in aula le accuse a carico dei due imputati, accusati di avergli imposto il pizzo. Tre le ipotesi di tentata estorsione al centro del processo. In una veniva contestato ai due imputati di avere chiesto il pizzo ai costruttori come “messa a posto” per il fabbricato in via Mazzini che stavano realizzando. Militello, il 16 ottobre del 2015, sarebbe andato negli uffici dell’imprenditore e del figlio per avvisarli che bisognava fare “un regalino come tutte le persone che lavorano” con la minaccia che lo mandavano “quelli di Agrigento”. Per questo episodio era stato ritenuto colpevole il solo Militello e il pg, per questa parte della sentenza, non chiede alcuna modifica. 

Un’altra estorsione era contestata al solo Massimino che avrebbe tentato di imporre a Sergio Li Causi l’assunzione di un operaio: l’imprenditore, il 23 marzo del 2016, va all'appuntamento, nel bar di fronte al tribunale, con il registratore acceso nascosto sotto la giacca e consegna il nastro agli inquirenti. Per il giudice fu una semplice richiesta amichevole. Il pg, adesso, chiede la condanna per questa accusa. 

Un altro tentativo di taglieggiamento sarebbe consistito nel chiedere ai Li Causi, con toni minacciosi, di saldare un debito di 85 mila euro con Salvatore Gambino, titolare di un'impresa che si occupa di impianti elettrici indicato in un primo momento come mandante dell’estorsione prima che l’inchiesta a suo carico venisse archiviata. “Mi manda il principale di Villaseta... quello dell'acqua e vuole sapere quando gli dai 85.000 euro a Gambino”: questa la frase che Militello avrebbe pronunciato all'indirizzo di Li Causi facendo esplicito riferimento a Massimino che gestiva una rivendita di acqua e bibite.

Secondo il giudice che ha emesso la sentenza di primo grado questa ipotesi non integrava un tentativo di estorsione ma solo un "esercizio arbitrario delle proprie ragioni" che, sebbene aggravato, non era punibile senza una querela che non è mai stata presentata: il pg, adesso, chiede la condanna di entrambi per tentata estorsione. 

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