Cosa Nostra non cambia pelle: punta sul Belgio per droga e armi e tollera i criminali stranieri

Romeni, tunisini, egiziani e marocchini vengono accettati perché si inseriscono in settori di basso profilo: lo sfruttamento del lavoro nero nella pesca e nell’agricoltura, la prostituzione, il trasporto e lo spaccio di droga, i furti di ferro e il contrabbando di sigarette

Il vice questore Roberto Cilona, a capo della sezione Dia di Agrigento

Guarda a Trapani, a Palermo, a Caltanissetta e perfino a Catania. Con queste province, tra gli esponenti di vertice delle diverse realtà mafiose, ci sono stretti rapporti di reciproca assistenza. Ma Cosa Nostra Agrigentina si proietta in ambito transnazionale. Tradizionalmente le corsorterie agrigentine del lato occidentale protendono verso i paesi dell'America del Nord e verso l'America latina: Venezuela e Brasile, in particolar modo. Mentre quelle della parte orientale si agganciano - o cercano di farlo - con Germania e Belgio.  Nella relazione del primo semestre del 2018, fatta dal ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia, viene revocata la faida esistente sull'asse Favara-Belgio. Una faida "assai probabilmente maturata in ambienti riconducibili al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, sull’asse Belgio–Agrigento". 

Ancorata alle regole ma capace di fare affari con la Stidda, Cosa Nostra Agrigentina è un pilastro regionale

Ma la faida potrebbe anche essere correlabile ad "un possibile generale e preoccupante riarmo delle consorterie criminali agrigentine". Da tempo ormai, in provincia, si registrano diversi sequestri e denunce per quantitativi di armi da fuoco, sia comuni che da guerra, e di munizionamento". La Dia di Agrigento, in quest'ultima relazione, ha sottolineato come un "un indagato – ritenuto appartenente alla famiglia di Santa Elisabetta, con il ruolo di consigliere del capo del neo costituito mandamento 'della Montagna', - irreperibile durante l’esecuzione dell'omonima operazione 'Montagna', è stato successivamente rintracciato in Belgio e preso in consegna, in esecuzione di mandato di arresto europeo, dalle autorità italiane il 18 maggio 2018". 

Racket, droga e investimenti nelle strutture ricettive: ecco i business di Cosa Nostra 

Cosa Nostra Agrigentina non sembra cambiare pelle rispetto al precedente semestre. Anche allora tollerava la presenza di gruppi criminali stranieri, "conviveva" - e senza più scontri - con la Stidda e si occupava sempre dello stesso business. Forse, in questo nuovo semestre analizzato, emerge un maggiore interesse - per reinvestire il denaro - nelle strutture ricettive. 

Già nella relazione del precedente semestre, il secondo del 2017, era emerso che nell'Agrigentino c'è la presenza di gruppi criminali stranieri, in particolare rumeni, tunisini, marocchini, egiziani e di ulteriori soggetti originari di altri Paesi nordafricani. "Con il passare degli anni, essi sono aumentati nel numero e hanno allargato i loro margini operativi, anche in ragione - scrive la Dia di Agrigento, che è coordinata dal vice questore Roberto Cilona, - di una integrazione sempre maggiore nel tessuto socio-criminale in cui si radicano. Si riscontrano, infatti, rapporti della criminalità di origine straniera con la criminalità agrigentina di tipo comune. La presenza stanziale di gruppi criminali di origine straniera sembra tollerata da Cosa Nostra, perché s’inserisce in settori illeciti di basso profilo, come ad esempio lo sfruttamento del lavoro nero (specie nel settore della pesca e dell’agricoltura) e della prostituzione, il trasporto e lo spaccio di sostanze stupefacenti, i furti di materiale ferroso e quelli realizzati in abitazioni ed in terreni agricoli, nonché il contrabbando di sigarette".

Cosa Nostra non è più militarizzata e tollera i business criminali magrebini e romeni 

La Dia ha ricordato, infatti, gli esiti dell’operazione “Caronte”, eseguita il 23 marzo 2018 dai carabinieri, che ha interessato i Comuni della zona occidentale della provincia di Agrigento e la parte orientale della provincia di Trapani. Vennero arrestati 3 siciliani e un pregiudicato tunisino, facenti parte di un sodalizio criminale e ritenuti responsabili, a vario titolo, di violazione delle disposizioni contro l'immigrazione clandestina nonché di contrabbando di tabacchi lavorati esteri. Gli sbarchi avvenivano sulle coste del trapanese. Sull’imbarcazione, per ogni traversata, venivano trasportate, oltre a circa 1.600 stecche di sigarette, dalle 12 alle 15 persone, ciascuna delle quali pagava dai 4 ai 5 mila euro. 

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