Mafia

"Non era un imprenditore mafioso", chiesta restituzione di beni per 70 milioni

I difensori degli eredi di Calogero Russello, morto nel 2009, sollecitano la revoca della confisca: "Nessun elemento denota la sua pericolosità sociale"

"Calogero Russello è morto da incensurato, non era un imprenditore mafioso e tutte le risultanze processuali vanno in questa direzione". Gli avvocati Daniela Posante e Giovanni Castronovo sollecitano alla Corte di appello la restituzione del patrimonio, confiscato nel 2016 all'imprenditore Calogero Russello. 

L'uomo d'affari, morto nel 2009 a 69 anni, aveva legato il suo nome al Grand Hotel Mosè ma il provvedimento di confisca, di cui adesso i difensori chiedono l'annullamento, aveva riguardato anche centoundici immobili destinati ad abitazioni, attività di varia natura, cento rapporti bancari e dieci aziende che operano nel settore dell'edilizia, della ristorazione, del commercio e nel settore alberghiero. L’operazione era stata eseguita dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Palermo e aveva riguardato beni per un valore complessivo di circa 71 milioni di euro.

Il patrimonio è ritenuto riconducibile anche a Carmelo Russello, fratello di Calogero. Nell’elenco dei beni requisiti ci sono anche attività storiche ad Agrigento come ad esempio il bar all’interno della stazione ferroviaria di Agrigento e diverse aziende operanti nel settore dell’edilizia. Nella lista anche tantissime autovetture e immobili sparsi per il territorio.

"Non c'è alcun elemento processuale che giustifichi la confisca - hanno replicato i difensori -, la sua pericolosità sociale non è stata mai accertata. Anzi, nel luglio del 2017, c'era stato un rigetto della richiesta di misura di prevenzione ed era stato ritenuto un imprenditore non colluso".

Appalti truccati, accordi fra mafia e imprenditoria e intrecci fra Cosa Nostra e la massoneria deviata: l’imprenditore fu coinvolto in tante vicende giudiziarie ma la malattia lo stroncò prima che la giustizia potesse fare il suo corso ed emettere le ultime sentenze fra cui quella del processo che scaturiva dall'inchiesta "Alta mafia" che ipotizza un complesso intreccio affaristico criminale fra mafia, politica, imprenditoria e pubblica amministrazione. Secondo l’accusa fra il presidente dell’Istituto autonomo case popolari di Agrigento Salvatore Failla, il collega Francesco Castaldo, coordinatore dell’istituto (assolto con sentenza definitiva), e l’imprenditore Gaetano Scifo ci sarebbe stato l’accordo illecito del pagamento di una tangente al Comune di Agrigento per il tramite di “pubblici ufficiali non identificati”.

Russello avrebbe fatto da “garante” mentre il coordinamento sarebbe stato affidato all’ex deputato Ars, Vincenzo Lo Giudice che avrebbe stabilito la spartizione della tangente. La Cassazione ha sentenziato che dietro questo episodio non ci fu alcuna regia mafiosa. La condanna a due anni, per corruzione semplice, inflitta a Russello è stata cancellata dall’indulto. 

Il 16 novembre ci saranno gli altri interventi della difesa, in particolare degli avvocati Alberto Seggio e Antonino Mormino. Poi i giudici della Corte di appello esamineranno l'intera documentazione ed emetteranno il provvedimento.

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