Niente ricorso della Dda, definitivo il "no" alla confisca dei beni per fedelissimo di Falsone

La difesa di Diego Gioachino Lo Giudice, 74 anni, invece, chiede la revoca della sorveglianza speciale

Diego Gioachino Lo Giudice

La Procura non impugna la decisione del tribunale di non confiscare la quasi totalità dei beni: diventa, quindi, definitivo il provvedimento della sezione misure di prevenzione, emesso nel settembre scorso, nei confronti dell’imprenditore Diego Gioacchino Lo Giudice, 73 anni di Canicattì, arrestato e condannato a 10 anni di carcere nell’ambito dell’operazione antimafia “Apocalisse”, considerato uno dei “fedelissimi” nonché  prestanome dell’ex capo mafia provinciale Giuseppe Falsone. Il 5 giugno, invece, si discuterà, davanti alla Corte di appello, il ricorso della difesa, affidata all’avvocato Angela Porcello, che chiede la revoca del provvedimento con cui i giudici della prima sezione avevano disposto la sorveglianza speciale per 3 anni e 6 mesi a la confisca di una sola azienda - la Ecolmax - di cui era stata provata l’acquisizione illecita.

Rigettata la quasi totalità della richiesta di confisca dei beni, già oggetto di sequestro nel 2015, avanzata dalla Procura di Palermo: il Tribunale ha, infatti, deciso la restituzione del resto del patrimonio – immobili e rapporti bancari – il cui valore è stato stimato in poco più di un milione di euro. Le indagini patrimoniali ipotizzavano una difformità tra la capacità reddituale del nucleo familiare e quanto realmente posseduto. Secondo gli inquirenti differenza sarebbe stata frutto di capitali di origine illecita o di riciclaggio secondo quanto ha accertato l’inchiesta “Apocalisse”, l’ultima che ha stretto il cerchio attorno all’ex superlatitante Giuseppe Falsone di cui Lo Giudice sarebbe stato un fedelissimo oltre che prestanome per l’acquisto occulto di alcune quote di società che operavano nel settore della distribuzione alimentare.

Elemento decisivo nella decisione dei giudici è stata la dimostrazione da parte della difesa di una cospicua somma frutto di vincite di gioco accumulata dalla famiglia nel corso degli anni. “Tuttavia non può osservarsi - scrivono i giudici - che la possibilità originariamente ravvisata che le somme investite a monte per il gioco fossero di origine illecita o che le vincite potessero essere frutto di operazioni di riciclaggio artatamente poste in essere, è rimasta una mera ipotesi astratta priva di ogni elemento oggettivo di riscontro”.

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La vicenda, tuttavia, approda in Corte di appello perché la difesa, oltre a chiedere la restituzione dell’unica azienda confiscata, vuole che si revochino le restrizioni della sorveglianza speciale ritenendo che non vi sia “alcun elemento attuale dal quale desumere la sua pericolosità sociale”.

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