Mafia e appalti, inchiesta "Waterfront": tre imprenditori si difendono dal giudice

Francesco Migliore, 59 anni, Filippo Migliore, 50 anni (ex presidente del Kamarat calcio ed ex consigliere comunale) e il trentanovenne Vito La Greca hanno negato le accuse

Francesco e Filippo Migliore

"Nessun collegamento fra le nostre imprese e la 'ndrangheta, non c'è stato alcun accordo per pilotare le gare di appalto". Tre imprenditori agrigentini, arrestati nell'operazione "Waterfront", coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che avrebbe svelato un patto affaristico fra la cosca sanguinaria dei Piromalli e una fetta dell'imprenditoria locale, si difendono.

Ieri mattina, assistiti dall'avvocato Eugenio Longo, in tre sono comparsi davanti al gip Stefano Zammuto che ha eseguito gli interrogatori di garanzia, per rogatoria. Si tratta di Francesco Migliore, 59 anni e Filippo Migliore, 50 anni (ex presidente del Kamarat calcio ed ex consigliere comunale) e il trentanovenne Vito La Greca.

Quest'ultimo ha risposto alle domande del giudice e ha dato dei chiarimenti sulle gare di appalto che gli vengono contestate spiegando che non c'è stato alcun accordo e che si è limitato a partecipare con la sua impresa seguendo le procedure previste. Una tesi analoga che gli altri due indagati hanno messo per iscritto in una memoria consegnata al giudice decidendo di non rispondere alle domande. I tre imprenditori, finiti agli arresti domiciliari nell'ambito dell'operazione, eseguita dalla Guardia di Finanza all'alba di giovedì scorso con l'esecuzione di sessantatré misure cautelari, erano stati già coinvolti, nel 2017, nel primo filone dell'inchiesta “Cumbertazione” che ipotizzava accuse simili.

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Gli imprenditori collusi con la mafia calabrese, secondo quanto ipotizzano i magistrati della Dda, avrebbero rappresentato un cartello: una vera e propria cordata “siciliana” al servizio del clan Piromalli.

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