Il clan di Camastra e Canicattì alla sbarra, vittima in aula: "Nessuna versione concordata"

L'imprenditore Bruno Forti smentisce una "regia" comune dietro le denunce, i sospetti dopo un'intercettazione in Questura

Rosario Meli

"Non c'è stata alcun accordo per denunciare i nostri estorsori, la nostra è stata una scelta spontanea e non concordata". L'imprenditore Bruno Forti, presunta vittima di estorsione da parte di alcuni degli imputati, nega di essersi messo d'accordo con i coniugi Vincenzo De Marco e Irene Casuccio, per accusare il boss Rosario Meli che, secondo quanto avrebbe accertato il processo di primo grado, li avrebbe costretti a pagare il pizzo per ognuno dei funerali che avevano organizzato con la loro agenzia. 

Il procedimento è quello scaturito dall'inchiesta antimafia “Vultur” che ha fatto luce sui presunti componenti delle famiglie di Camastra e Canicattì. I difensori (gli avvocati Angela Porcello, Santo Lucia, Raffaele Bonsignore, Giuseppe Barba, Antonino Reina, Vincenzo Domenico D’Ascola e Lillo Fiorello) avevano chiesto di sentire i tre imprenditori anche per chiarire il contenuto di alcune intercettazioni ambientali, in particolare delle conversazioni registrate nella sala della Questura dove erano stati convocati in seguito al duplice omicidio di Giuseppe Condello e Vincenzo Priolo, da cui scaturisce l'indagine che poi prende pieghe diverse perchè non individua i killer ma consente di accertare le dinamiche mafiose a Camastra e Canicattì.

I difensori degli imputati sostenevano che, dal contenuto di quelle intercettazioni, emergesse la scarsa genuinità della loro collaborazione e hanno chiesto di sentirli per cercare di avere chiarezza. 

I giudici del tribunale di Agrigento, in primo grado, il 22 novembre del 2018, hanno inflitto 17 anni e 6 mesi di reclusione a Rosario Meli, 70 anni, ritenuto il capo della famiglia di Camastra; 14 anni e 6 mesi al figlio Vincenzo, accusato di avere gestito gli affari della famiglia di Cosa Nostra in paese e 13 anni e 6 mesi al tabaccaio di Camastra Calogero Piombo, 67 anni, ritenuto il "cassiere" della cosca. Ventidue anni, in continuazione con altre due condanne precedenti, sono stati inflitti a Calogero Di Caro, 72 anni, vecchio boss di Canicattì, tornato in attività - sostiene l’accusa - dopo avere scontato una precedente condanna. I difensori hanno impugnato la sentenza che, adesso, sarà ridiscussa. Il 21 maggio ci saranno la requisitoria del procuratore generale e le arringhe di parte civile.

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Fra le accuse contestate a Rosario Meli, in concorso con i figli Vincenzo e Giuseppe (la cui posizione è stata separata) e Piombo, quella di avere estorto denaro ai titolari di un’agenzia di onoranze funebri di cui sarebbero stati, in passato, soci di fatto. I Meli, in sostanza, avrebbero preteso una tangente per ogni funerale svolto con la propria attività dai coniugi De Marco-Casuccio e dal socio Forti. Gli imprenditori, costituiti parte civile con l'assistenza degli avvocati Giuseppe Scozzari e Teresa Alba Raguccia, in primo grado hanno ottenuto il risarcimento. 

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