Mafia e racket, ultime arringhe prima della sentenza del processo "Vultur"

La difesa del boss Calogero Di Caro: "Nessuna estorsione per la gestione della discoteca, solo un intervento sollecitato da un legale per un contenzioso"

Il boss Lillo Di Caro

"Nessuna contesa mafiosa attorno alla discoteca, anzi si trattò di un contenzioso legale gestito da un avvocato nella totale trasparenza". L'avvocato Lillo Fiorello, ieri mattina, ha chiesto in aula l'assoluzione del canicattinese Calogero Di Caro, 74 anni, condannato in primo grado con l'accusa di essere tornato a gestire gli affari mafiosi della città.

Il processo di primo grado scaturito dall'inchiesta "Vultur" avrebbe accertato che il vecchio boss sarebbe entrato in contrasto con un altro capomafia - Rosario Meli, di Camastra - protagonista di uno sconfinamento nel suo territorio.

Secondo l’accusa, Meli - nel 2012 - si sarebbe accordato con l’imprenditore Giuseppe Morgante per la gestione della discoteca Link8, consegnandogli la somma di 10.000 euro. Essendo fuori dal suo territorio mafioso andò a chiedere informazioni su chi fosse il suo interlocutore ma non ricevette informazioni precise e, quindi, proseguì ugualmente. Nel frattempo, però, sempre secondo la ricostruzione dell’accusa, Di Caro esce dal carcere e chiede conto e ragione dell’iniziativa di Meli che fa un passo indietro e decide di tirarsi fuori”.

Di Caro, che in sostanza avrebbe voluto subentrare lui nella gestione, ritarda la restituzione. Nella vicenda si inserisce anche il tabaccaio Calogero Piombo che contatta Morgante. "L’avvocato Rino Lo Giudice - ha detto ieri l'avvocato Fiorello - ha spiegato che l'intervento di Piombo, suo cliente, fu solo quello di mettere in contatto il legale col proprietario per ragioni professionali legate a un contenzioso”.

Nella lista degli imputati, oltre a Rosario Meli (condannato in primo grado a 17 anni e 6 mesi), il figlio Vincenzo Meli, 50 anni (14 anni e 6 mesi); Calogero Piombo, 69 anni, di Camastra (13 anni e 6 mesi); e lo stesso Calogero Di Caro, 22 anni. Le accuse ipotizzate sono di associazione mafiosa ed estorsione.

Ieri c'è stata anche l'arringa dell'avvocato Giuseppe Barba, difensore di Vincenzo Meli, che ha spiegato: "L'unica pecca dell'imputato risale alla precedente condanna per mafia di 23 anni prima, poi il nulla. Anche le accuse di estorsione contro di lui - ha concluso - sono vaghe e non riscontrate".

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