Cronaca Licata

"Disabili maltrattati in comunità", al via processo: fra gli imputati anche la vittima del delitto di Ferragosto

Il difensore dell'imprenditore ed ex presidente del consiglio comunale Salvatore Lupo, ucciso in un bar con alcuni colpi di pistola, deposita il certificato di morte

Disabili psichici tenuti in stanze sporche: isolati dal resto del mondo, senza alcuna possibilità di contattare i familiari e costretti al digiuno. Uno di loro sarebbe stato persino legato al letto con una catena per evitare che potesse allontanarsi.

Il processo scaturito dalla maxi inchiesta "Catene spezzate", che nel 2015 fece scattare alcune misure cautelari, doveva iniziare ieri dopo i rinvii a giudizio decisi dal gup. Fra gli imputati anche l'imprenditore ed ex presidente del consiglio comunale di Favara, Salvatore Lupo, ucciso a 45 anni il giorno di Ferragosto in un bar da un killer che gli ha esploso addosso tre colpi di pistola prima di fuggire.

Lupo, infatti, era l'amministratore unico della Suami, la coop che gestiva le strutture.

Il suo difensore, l'avvocato Domenico Russello, ha prodotto il certificato di morte che chiuderà, nei suoi confronti, il processo prima di iniziare. Per gli altri proseguirà il 2 novembre: il giudice Giuseppe Miceli ha, infatti, dovuto disporre un rinvio per la mancata notifica del procedimento ad alcune presunte vittime.

La struttura di accoglienza di Licata, negli anni successivi, finì al centro di un'altra inchiesta - conclusa con i patteggiamenti - su un giro di estorsioni ai danni di dipendenti.

Il pubblico ministero Chiara Bisso ha chiesto il rinvio a giudizio di otto, fra responsabili e operatori di quella che fu ribattezzata come la "comunità degli orrori" di Licata. Sul banco degli imputati, oltre allo stesso Lupo: Caterina Federico, 37 anni; Angelo Federico, 33 anni; Domenico Savio Federico, 29 anni; Giovanni Cammilleri, 30 anni; Salvatore Gibaldi, 43 anni; Maria Cappello, 50 anni e Angela Ferranti, 53 anni, tutti di Licata.

Le accuse contestate sono di maltrattamenti e sequestro di persona. L'inchiesta è stata chiamata "Catene spezzate" perchè una telecamera posizionata in incognito dai carabinieri all'interno della struttura avrebbe provato la circostanza che uno degli ospiti veniva legato a un letto con una catena.

Questi filmati sono stati oggetto di una perizia, disposta all'udienza preliminare su incarico della difesa secondo cui non ci sarebbe stata alcuna volontà di sequestrare il disabile ma solo di contenerlo per evitare che potesse commettere gesti di autolesionismo.

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