Rischio contagio da Covid-19 in cella? Il giudice: "Non è di mia competenza"

L'avvocato Angela Porcello, difensore di Giuseppe Puleri, 40 anni, presunto affiliato di Campobello, e di Vincenzo Bellavia, 34 anni, ritenuto un componente della cosca di Licata, aveva chiesto la sostituzione della misura cautelare. Entrambi sono detenuti nel carcere di Voghera

(foto ARCHIVIO)

"Il sovraffollamento carcerario è problema strutturale che, se da un lato si fa certamente più cogente in presenza di un'emergenza sanitaria come quella attuale, dall'altro non può certo essere demandato all'autorità giudiziaria né risolto con provvedimenti concernenti la posizione del singolo o dei singoli detenuti». Lo scrive il giudice Fabio Pilato che, di fatto, chiude le porte ad ogni scarcerazione per esigenze sanitarie legate al rischio di contagio da Coronavirus. L'occasione è stata la richiesta, presentata dalla difesa di due indagati delle operazioni antimafia "Assedio" e "Hallycon", unificate dopo l'avviso di conclusione delle indagini in vista di un processo unico, con ventuno possibili imputati, sulle nuove famiglie mafiose di Licata e Campobello che avrebbero stretto alleanze con parte della politica e con la massoneria deviata.

Le inchieste sul clan di Licata, no dal gip alla scarcerazione di due indagati

L'avvocato Angela Porcello, difensore di Giuseppe Puleri, 40 anni, presunto affiliato di Campobello, e di Vincenzo Bellavia, 34 anni, ritenuto un componente della cosca di Licata, aveva chiesto la sostituzione della misura cautelare. Entrambi sono detenuti nel carcere di Voghera "in territorio delimitato come zona rossa, quale zona ad alto rischio epidemiologìco per la diffusione del virus Covid-19. All'interno della struttura carceraria - ha sottolineato il legale nella richiesta di scarcerazione - mancano misure per contrastare l'epidemia, in assenza di presidi sanitari necessari, e ciò a fronte delle altissime possibilità di proliferazione del virus, stante gli ambienti collettivi ristretti in cui vivono i detenuti, in assenza di una preventiva prevenzione del virus e nella impossibilità di mantenere la prescritta distanza di un metro tra un detenuto e un altro". Secondo il difensore “sulla coercizione deve prevalere la tutela del diritto alla salute”. Infine era stato rappresentato che “le esigenze cautelari, in via eccezionale, possono essere garantite con gli arresti domiciliari".

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"Rischio contagio e diritti difensivi violati", due presunti affiliati chiedono la scarcerazione

Dal giudice, però, arriva una bocciatura su tutti i fronti. Oltre al principio secondo cui, in sostanza, non spetta alla magistratura farsi carico della questione, viene sottolineato che "riguardo alle specifiche posizioni il pericolo di contagio è stato dedotto in vìa astratta senza che sia stato segnalato alcun pericolo concreto di contaminazione". Il gip aggiunge che "il pericolo grava su tutta la popolazione anche esterna alle strutture carcerarie. A ben vedere, vi sono delle misure restrittive imposte per ragioni igienico-sanitarie che, proprio al fine di prevenire la diffusione del virus nelle carceri, prevedono che - dice ancora il giudice Fabio Pilato - i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati, siano svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti o mediante corrispondenza telefonica». Il gip, in definitiva, spiega che «la paventata epidemia non rappresenta una ragione valida per una richiesta di scarcerazione". 

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