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Un momento della conferenza stampa dei carabinieri

Un momento della conferenza stampa dei carabinieri

Blitz "Assedio", l'inchiesta: tanti si rivolgevano al boss per risolvere ogni tipo di problema

Angelo Occhipinti, secondo l'accusa, si sarebbe posto quale organo di controllo parallelo, rispetto allo Stato. L'ex consigliere comunale si è rivolto a lui per recuperare una moto rubata e un gioiellerie ha chiesto aiuto dopo che gli era arrivata una busta con cartucce

Estorsioni, gestione delle slot machine e dei parcheggi abusivi nelle località balneari ma soprattutto - ponendosi quale organo di controllo parallelo, rispetto allo Stato, - attività di intermediazione. L'intera inchiesta antimafia, denominata "Assedio", è stata concentrata su colui che viene ritenuto, dai carabinieri e dalla Dda di Palermo, quale "reggente della famiglia mafiosa" di Licata: Angelo Occhipinti. 

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Occhipinti era stato scarcerato nell'ottobre del 2017 e subito si era rimesso - stando alle accuse, che sono state ufficializzate durante la conferenza stampa dei carabinieri del comando provinciale, - in moto. In un  magazzino di Licata - quello che è stato sistematicamente intercettato dai miliari dell'Arma - si sarebbero tenuti i summit. Tantissime le conversazioni che sono state intercettate, molte delle quali sono ancora in corso di decriptazione perché - proprio in quel magazzino - sarebbe stato utilizzato un jammer: un'apparecchiatura usata per neutralizzare le microspie e 'disturbare', appunto, le intercettazioni telefoniche e ambientali. "Gli indagati che frequentavano quel magazzino - ha spiegato, durante la conferenza stampa, il comandante provinciale dei carabinieri di Agrigento: il colonnello Giovanni Pellegrino - avevano la serenità di poter liberamente parlare proprio perché c'era il jammer". Ma oltre alle cimici risultava essere stata piazzata, sempre dai carabinieri, anche una telecamera che ha permesso, appunto, di registrare incontri e riunioni segrete. "Summit" - sono stati definiti dai carabinieri - che evidenzierebbero la completa e attuale interconnessione tra tutti i componenti del presunto sodalizio, nonché il legale a doppio filo con uno dei presunti rappresentati della "famiglia" mafiosa di Capobello di Licata: Giuseppe Puleri. 

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L'inchiesta ha permesso di portare alla luce una estorsione per dei lavori di costruzione realizzati in Germania. "Due licatesi vantavano, per i lavori realizzati, circa 10 mila euro. L'altra parte - stando a quanto è stato ufficialmente ricostruito dal colonnello Giovanni Pellegrino - non voleva dare nulla. Grazie all'intercessione di Angelo Occhipinti - ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri - l'altra parte, la vittima, non ha esitato a versare la somma di 5 mila euro. Ed ecco che s'è configurata l'estorsione". 

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La capacità di intimidazione è risultata emblematica grazie alla ricostruzione di tre diversi episodi. In un caso, un gioielliere licatese - dopo aver ricevuto una busta contenente cartucce - ha subito chiesto protezione al reggente della famiglia mafiosa. Solo successivamente ha denunciato l'episodio alle forze dell'ordine. "Occhipinti aveva fatto sapere - ha proseguito la ricostruzione ufficiale del comandante provinciale dell'Arma - che quella busta non era un tentativo di 'messa a posto', ma sarebbe stata legata a vicende personali". In un secondo caso, un ex consigliere comunale di Licata (non risulta essere indagato), al quale era stato rubato un ciclomotore, si era rivolto al capo clan per poter rapidamente ottenere la restituzione del mezzo. Il terzo episodio ha riguardato un ladro che ha chiesto ed ottenuto il "permesso" per andare a compiere un furto all'interno di una abitazione.

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