Una vita sotto controllo, il boss Sutera ed il rapporto con le microspie

Le intercettazioni disposte durante le indagini avevano provato in maniera inequivocabile che l’avesse acquistato a Palermo, durante uno dei suoi viaggi insieme ai presunti fiancheggiatori

Foto archivio

Una vita sotto controllo. L’esperto boss Leo Sutera era abituato a entrare e uscire dal carcere e sapeva che, quando era libero, aveva addosso la pressione delle forze dell’ordine. E così, per essere sicuro che potesse parlare liberamente e gestire le sue attività senza intoppi, utilizzava un rilevatore di microspie che i poliziotti della squadra mobile, il 29 ottobre, giorno in cui lo hanno sottoposto al fermo di indiziato di delitto, poi convalidato dal gip, hanno trovato e sequestrato. Con lo strumento elettronico, acquistato in un’agenzia di investigazioni private di Palermo, bonificava tutte le auto sulle quali entrava. Un’altra precauzione era quella di tenere il cellulare sempre spento e accenderlo solo al bisogno.

Le intercettazioni disposte durante le indagini avevano provato in maniera inequivocabile che l’avesse acquistato a Palermo, durante uno dei suoi viaggi insieme ai presunti fiancheggiatori. "In particolare – sottolinea il gip Ermelinda Marfia - rilevante è da ritenere l’episodio relativo all'acquisto di un apparecchio per la rilevazione di microspie da parte di Sutera ricostruito attraverso il monitoraggio effettuato il primo marzo del 2018 allorchè Sutera si recava a Palermo con l’autovettura Fiat Panda in uso e guidata da Giuseppe Tabone".

Il giudice prosegue la ricostruzione: "Alle 16,39 Sutera, sempre accorto nel tenere spento il suo telefono, accendeva momentaneamente il suo cellulare ed interloquiva con tale…. al quale comunicava di trovarsi a Palermo in viale Michelangelo vicino all’edicola ed al quale chiedeva di raggiungerlo per parlargli. Alle 16,50 – scrive ancora il gip Ermelinda Marfia - Sutera veniva notato dal personale in servizio di osservazione in viale Michelangelo all’angolo di Via Cruillas nei pressi di un’edicola. Alle successive 17,05 giungeva l’uomo col quale aveva parlato prima al telefono e Sutera saliva a bordo della sua autovettura con la quale entrambi, sempre monitorati, si recavano in via Alcide De Gasperi dove facevano ingresso nel negozio “Investiga Tu” all interno del quale Sutera si soffermava a visionare un piccolo strumento simile ad un telecomando. Che si trattasse dell’acquisto di un rilevatore di microspie diveniva chiaro il 7 marzo del 2018, quando Sutera utilizzava l’apparecchio acquistato in precedenza per bonificare la vettura di Melchiore Di Maria, imprenditore a lui vicino che giungeva nell’abitazione della madre di Sutera a bordo della sua vettura. Nel frangente - è scritto sempre negli atti - si notava Sutera con in mano un oggetto sul quale era evidente l’accensione di una piccola luce led che armeggiava all interno dell'autovettura di Di Maria che si allontanava di qualche metro".

Il giudice non ha dubbi: «L’oggetto è da ritenere corrispondente al rilevatore di microspie acquistato in precedenza a Palermo del quale si notava la luce accesa ed attraverso il quale Sutera rimanendo in auto per qualche minuto ha certamente bonificato l’autovettura da eventuali microspie al fine di eludere possibili intercettazioni da parte delle forze dell’ordine".

"Ed ancora – si legge sempre nel provvedimento giudiziario - in data 23 marzo 2018, in località Risinata, Sutera accompagnato da Vito Vaccaro veniva chiaramente udito fare uso di un dispositivo elettronico per la bonifica facendo chiaro riferimento all'accensione di un congegno dotato di batteria con bip insistente".

"Vediamo se gli tolgo la batteria – dice Vaccaro intercettato - e se lo fa lo stesso che minchia è qua? Devo togliere il coperchio, gli volevo togliere la batteria per vedere se con la batteria..". Sutera, perfettamente intercettato con sistemi audio e video nonostante le precauzioni, commenta: "Qua non si toglie". Vaccaro continua a provarci:"No, perchè senza la batteria il segnale non lo captano".

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Il gip prosegue: "Non vi è dubbio, pertanto, che Sutera facesse uso del rilevatore per bonificare le autovetture a bordo delle quali effettuava i suoi spostamenti e che svolgesse tale delicata operazione personalmente cosi come effettuato all interno delle autovetture di Vaccaro e di un’altra persona che incontra. Lui stesso aveva utilizzato lo scanner e aveva intenzione di bonificare l’autovettura di Maria Salvato, invero rassicurata dal non aver mai toccato l'apparecchio dove avrebbero potuto essere rilevate le sue impronte digitali". Maria Salvato, presunta fiancheggiatrice di Sutera, commette, infatti, l’errore di continuare a parlare con disinvoltura anche dopo il fermo del boss, quando l'indagine e le intercettazioni si sono concentrate ancora di più nei suoi confronti. «Peraltro Maria Salvato - spiega il gip - nel corso della conversazione intercettata il 31 ottobre, dopo l’avvenuta esecuzione del fermo offriva un ulteriore e definitivo riscontro dell’uso da parte di Sutera del rilevatore di microspie". La stessa, commentando insieme al marito la vicenda relativa all’arresto di Sutera, con riferimento al sequestro dell’apparecchio, precisava: «Quando lui a me mi disse quando lui gli faceva… fatti dare questo coso come funziona che guardiamo dentro… meno male che non ce lo siamo fatti dare… succede qualcosa disse... guarda lo devo toccare solo io dice..". La preoccupazione, infatti, era la presenza di impronte. «In questo momento - dice - ci sono le impronte digitali".

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