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Giovedì, 30 Maggio 2024
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Sbarchi di migranti, il Garante: "Record a Lampedusa e con la guerra aumenteranno"

Mauro Palma: "L'attuale modalità di approccio fatta di hotspot, di Cpr, di numeri asimmetrici tra gli arrivi, i rimpatri e i positivi inserimenti nella collettività, e soprattutto di molta inutile sofferenza e grande dispendio di mezzi, persone e denaro non ha le caratteristiche di una effettiva 'politica'"

Gli arrivi dei migranti in Italia sono tornati l'anno scorso come prima della pandemia , ai livelli del 2017. Nel 2021 negli hotspot sono stati registrate 44.292 persone (di cui 8.934 minori) , un dato simile a di 5 anni fa. Ma rispetto ad allora si è avuta una prevalenza di presenze a Lampedusa pari a quattro volte quella raggiunta in quell'anno e un minor numero di rimpatri, proprio per il Covid 19 e la connessa minore possibilità di organizzare voli: le persone rimpatriate sono state 3420, mentre altre 6153 persone sono state respinte alla frontiera. Non è invece cambiata la percentuale dei rimpatri con riferimento alla permanenza nei Cpr: nei 10 presenti in Italia  con una complessiva capienza di 711 posti, si è mantenuta attorno al 49 per cento delle persone che vi sono state ristrette, in media per trentasei giorni. A fare il punto è la relazione al Parlamento del Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, che segnala come il fenomeno dei migranti nel nostro Paese "non diminuirà nei prossimi anni" , "anzi  aumenterà in dimensione anche in considerazione dei molti conflitti armati in varie regioni del pianeta e, in particolare, dell'ultimo ancor più prossimo a noi".

Quattro sbarchi con 203 migranti a Lampedusa, neonati e mamme portati al Poliambulatorio

E l'attuale modalità di approccio "fatta di hotspot, di Cpr, di tentativi di rimpatrio, di numeri asimmetrici tra gli arrivi, i rimpatri e i positivi inserimenti nella collettività, e soprattutto di molta inutile sofferenza e grande dispendio di mezzi, persone e denaro" "non ha le caratteristiche di una effettiva 'politica'". Servono invece "soluzioni di sistema che contemplino la possibilità di accesso regolare nel nostro Paese, forme di accoglienza volte a facilitare un inserimento graduale, diffuso e sicuro nei diversi territori, verso cui indirizzare gli investimenti nel settore" afferma il Garante auspicando "che sia quanto prima riconosciuta la piena cittadinanza a coloro che da tempo in Italia, hanno compiuto un completo ciclo scolastico".

Tra i problemi sollevati anche quello della "legittimità" del trattenimento dei migranti nei Cpr  "quando sia già a priori chiaro" che il rimpatrio verso il  Paese di origine "non sarà possibile. Non può essere accettata - sostiene il Garante - la sottrazione di libertà di una persona migrante irregolare, formalmente finalizzata al rimpatrio, quando si è certi che tale esito non potrà realizzarsi".

Passi avanti ma inefficienza Cpr resta

Nel 2021 meno della metà delle persone transitate nei Cpr è stata effettivamente rimpatriata: "l'inefficienza del sistema di tali Centri, già rilevata nelle precedenti Relazioni al Parlamento, dunque permane e interroga su quel tempo sottratto alla vita e sulla legittimità stessa di tale privazione della libertà". Lo sottolinea Daniela de Robert componente del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, nel suo intervento in occasione della relazione al Parlamento. "Una privazione - ricorda - che trova giustificazione esclusivamente nella finalità del rimpatrio, ma che non raggiunge tale finalità in oltre la metà dei casi". La durata massima del trattenimento è di 120 giorni "e la media della permanenza nelle diverse strutture nell'anno trascorso è stata di 36 giorni - sottolinea -. Ma è un tempo vuoto". L'approvazione il 19 maggio scorso della direttiva della ministra dell'Interno Lamorgese sui criteri per l'organizzazione dei centri di permanenza per i rimpatri, che sostituisce il regolamento dei Cie del 2014, secondo de Robert "segna certamente un passo avanti nella regolamentazione di tali centri; rimane tuttavia la carenza di una cornice normativa che, al pari dell'ordinamento penitenziario, definisca una disciplina completa delle condizioni di trattamento delle persone ristrette".

(fonte: ANSA)

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