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"Migranti torturati a morte": 2 nigeriani condannati a 26 anni, uno assolto

I magistrati della Dda avevano contestato le aggravanti della transnazionalità, della disponibilità di armi e l'aver agito con crudeltà e sevizie

La Corte d'Assise di Agrigento ha condannato a 26 anni di carcere ciascuno i nigeriani Godwin Nnodum di 43 anni e Goodness Uzor di 26 anni, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, sequestro di persona e violenza sessuale. Assolto il terzo imputato, il connazionale nigeriano Bright Oghiator di 30 anni.

Migranti torturati a morte in una prigione libica, chiesti due ergastoli e una condanna a 30 anni

L'accusa in giudizio era sostenuta dai pm Gery Ferrara e Claudio Camilleri. Ai tre africani, sbarcati in Italia il 16 aprile del 2017 i magistrati hanno contestato le aggravanti della transnazionalità, della disponibilità di armi e l'aver agito con crudeltà e sevizie. I tre vennero fermati a maggio dello stesso anno dai poliziotti della Squadra Mobile della Questura di Agrigento.

Godwin Nnodum e Goodness Uzor, interrogati dal gip dopo il fermo, hanno ammesso di essere stati in Libia nella "casa bianca", un centro di prigionia dove i migranti venivano trattenuti prima del viaggio verso l'Italia e spesso sottoposti a torture e sevizie. Davanti al giudice però negarono di aver partecipato alle violenze. Le vittime del lager vennero sentite in incidente probatorio.

Violenza sessuale, omicidio, estorsione: scattano tre fermi

Tra i testimoni anche il fratello di un migrante morto l'1 novembre del 2016 dopo tre giorni di agonia. Uno dei fermati lo avrebbe picchiato, mentre un trafficante libico lo teneva fermo a terra. "Solo dopo tre giorni di suppliche - ha raccontato il teste - ci fu concesso di poterlo seppellire". "Il giovane africano che ha ucciso mio fratello - ha messo a verbale dopo lo sbarco a Lampedusa - l'ho riconosciuto nel centro di accoglienza".

Un altro testimone ha raccontato che uno degli africani fermati gli "ha versato della benzina addosso e appiccato il fuoco". Storie di ferocia e violenza: altre 5 persone sarebbero state picchiate a morte. I migranti in partenza per l'Italia, minacciati con i kalashnikov, venivano sequestrati e costretti a stare all'interno di una ex base militare, a Sabratha, chiamata "Casa bianca". Solo dopo il pagamento di un riscatto potevano partire dalla Libia per raggiungere le coste siciliane.

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