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L'arcivescovo Francesco Montenegro durante il suo discorso

L'arcivescovo Francesco Montenegro durante il suo discorso

La processione del venerdì santo e le parole forti dell'arcivescovo Montenegro

Dopo i riti della passione, i fedeli hanno ascoltato in piazza Municipio, il discorso di don Franco Montenegro. Un omelia decisa e importante, che ha toccato svariati argomenti. Dalla mafia, all'odio, ma anche alla disoccupazione e alla 'questione' Cattedrale

Centinaia di fedeli nella serata di ieri hanno assistito al rito della processione del venerdì santo. Agrigento si è riversata per le strade del centro per accompagnare in silenzio il simulacro di Gesù.

Dopo le processione i fedeli hanno ascoltato in piazza Municipio, il discorso dell'arcivescovo Francesco Montenegro. Parole forti e decise, quelle usate da don Franco, che ha parlato con l'intento di entrare nel cuore e nell'anima dei fedeli. L'arcivescovo ha parlato dell'odio e della facilità che oggi si ha nel dire "addio", ma anche di mafia e disoccupazione. Don Franco alla fine della sua omelia ha ricordato l'operaio Mario Cardinale, morto a causa di un incidente in una cava.

Don Franco ha ricordato: " È vero, che omicida può sembrare una parola grossa, ma, dimmi, l’omicidio è solo la soppressione violenta della vita di altri, o spesso è anche la decisione, non violenta, presa da un cuore sporcato dall’odio, dal rancore o dall’indifferenza? Quanta gente si uccide nel proprio cuore quando, per esempio, si dice: ‘per me quel tizio è come se non esistesse più’; quante volte si cancellano gli altri dal cuore a causa della nostra indifferenza; o quanti si trovano il futuro sbarrato, muoiono cioè dentro di loro, solo perché qualcuno, per difendere interessi e scelte personali, si dimentica la dignità e il bisogno degli altri".

DI SEGUITO IL DISCORSO DELL'ARCIVESCOVO

Signore Gesù, contemplandoti sulla Croce, mi viene da pensare a Pilato che ha voluto, nell’esecuzione della condanna a morte, che tu non fossi solo ma ti ha messo accanto due ladroni. Perché? Forse questo serve a capire che Tu, quando per noi il buio si fa fitto, ci sei sempre; che Tu, per non farci sentire soli, metti sempre la tua croce tra le nostre e che le Tue braccia aperte fanno da ponte tra cielo e terra. Grazie.
I tuoi due compagni di pena mi fanno venire in mente i due figli della parabola del Padre misericordioso; io entrambi li definisco omicidi: il figlio piccolo del papà, e il maggiore, quello che si crede buono e giusto, del fratello minore. Ti spiego perchè. È vero, che omicida può sembrare una parola grossa, ma, dimmi, l’omicidio è solo la soppressione violenta della vita di altri, o spesso è anche la decisione, non violenta, presa da un cuore sporcato dall’odio, dal rancore o dall’indifferenza? Quanta gente si uccide nel proprio cuore quando, per esempio, si dice: ‘per me quel tizio è come se non esistesse più’; quante volte si cancellano gli altri dal cuore a causa della nostra indifferenza; o quanti si trovano il futuro sbarrato, muoiono cioè dentro di loro, solo perché qualcuno, per difendere interessi e scelte personali, si dimentica la dignità e il bisogno degli altri. Ci sentiamo persone per bene perché non usiamo le armi, però il risultato di un simile agire è parallelo a quello dei violenti. È così che, qui da noi, si perpetua la mentalità mafiosa a tutti i livelli. S. Ambrogio, per esempio, parlando dei poveri, diceva: “Se non dai da mangiare al povero che ha fame, tu sei un assassino”. Ladroni e omicidi sono, anche se in maniera diversa, “scippatori di vita” e “ladri d’esistenza”.
Per questo Signore, a vent’anni di distanza, ricordo ai miei fratelli agrigentini quanto ci disse Giovanni Paolo II additando il nostro bel tempio della Concordia: «Concordia! Vi sia concordia in questa vostra terra. Una concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime … Dopo tante sofferenze, avete il diritto di vivere nella pace. I colpevoli che disturbano questa pace portano sulle loro coscienze tante vittime umane. Essi devono capire che non ci si può permettere di uccidere esseri innocenti. Dio ha detto una volta: “Non uccidere”. Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio». 
Sono passati due decenni, Signore, ma le vittime, la paura, le minacce pesano ancora, come macigni che sbarrano il progresso della nostra città e del nostro territorio, forse ora meno sporco di sangue ma sempre più imbrattato dal malaffare della mafia - è ormai diventata cultura - e dall’invasività dei suoi loschi affari; e così la concordia, frutto della pace, appare lontana anziché una felice realtà. Continuava il papa: «Questo popolo siciliano è un popolo che ama la vita, che dà la vita. Non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte. Qui ci vuole una civiltà della vita». 

Mi domando, Signore, se a distanza di venti anni, stiamo andando nella direzione indicata dal papa, quella della civiltà della Pasqua o se piuttosto continuiamo a permanere nell’ombra del venerdì santo. Non dirmi, Signore, che sono pessimista. Ma vedi come vanno le cose, anzi come non vanno?  

Un segnale, Signore, secondo me, è che ad Agrigento si senta più il venerdì santo e meno la forza e la gioia della Pasqua. La Pasqua qui sembra una domenica come le altre, come se tutto finisca nella notte del Venerdì santo. Capisco il senso e il fascino delle tradizioni, ma può un cristiano rinunciare alla gioia della Pasqua? Ho l’impressione che tutto ciò influisca sul come si vive la fede, spesso triste e pesante, e anche sulla vita sociale, sembriamo un popolo rassegnato e senza futuro. Forse esagero, Signore, ma questa sofferenza me la porto nel cuore. Tu ci hai dimostrato che il venerdì santo dura solo poche ore. Ci doni la Pasqua per rompere i sigilli della morte, svuotare il sepolcro, cancellare i segni del lutto. Ti prego, facci sentire il sussulto della fede e della gioia pasquale. Facci credere nella Pasqua. Aiutaci perché il Venerdì santo non pesi e non influisca più del dovuto sull’andamento della vita della Chiesa e di questa terra. 

Ho parlato dei due ladroni, ma vedi quanti scippi e scippatori di vita ci sono in giro?! A cominciare da coloro - molti a giudicare da ciò che sento - che spesso, anche per delle banalità, finiscono per rompere il matrimonio o ignorarsi dal giorno della lite fino alla morte per motivi di interesse: genitori abbandonati dai loro figli; mariti e mogli incapaci di perdonarsi; relazioni recise tra fratelli e sorelle, e figli che vengano trascinati in queste inutili e dannose follie. Il Papa ha detto che il sudario non ha tasche. L’amore contagia, ma anche il male. 
Sento ora il bisogno di soffermarmi su alcune situazioni di cui, per finta rispettabilità, preferiamo non parlare. 
È scippo di vita “importare” giovani donne - come se fossero cose e merci!- da terre meno fortunate delle nostre per costringerle prima alla prostituzione e poi all’aborto con un mix di acqua calda e candeggina (Licata, maggio 2012). 

Signore, scusa se levo il mio lamento, per Cindy Vanessa Candelo Arroyo, giovane colombiana, sorella di tutti prima che prostituta, associata anche lei alla tua morte e alla tua resurrezione, visto che hai detto che «i pubblicani e le prostitute passano avanti nel regno di Dio», volata nelle braccia della morte cadendo da una abitazione, vittima, pare, del tentativo di rapina di un cliente (ottobre 2012). Signore Gesù, se è vero che gli sfruttatori sono scippatori di vita, non meno lo sono i clienti e quanti, pur sapendo e vedendo, voltano la faccia dall’altra parte. 
La presenza della prostituzione è indice per un territorio di degradazione e d’incapacità di vivere e costruire relazioni autentiche.
Come non pensare, poi, ai familiari del piccolo Sebastian, morto avvelenato ad appena cinque anni. Spero che nessuno pensi che in fondo si tratta solo di immigrati o che l’assassino potrebbe essere uno di loro. Affari loro! No, perché quella morte ci deve graffiare dentro se pensiamo ai nostri atteggiamenti di rifiuto verso chi viene da lontano per lavorare. Spesso dimentichiamo che Tu ci hai insegnato che ogni uomo ci è fratello. E stasera non posso non ricordare le centinaia di immigrati che sono sbarcati in queste ultime ore nelle nostre coste. È gente affamata di vita, oltre che di pane. Aiuta loro a credere possibile e realizzare un futuro diverso, ma allarga anche i nostri cuori, perché il loro futuro dipende anche da noi. Do’ ragione al proverbio che afferma solo chi ha fame, capisce l’affamato.

Signore Gesù, questi e altri sono tutti segnali di come spesso sono avvelenate le relazioni tra gli uomini: a stento, per esempio, ci si saluta tra vicini nelle vie e nei condomini, anche se poi ci ritroviamo in Chiesa per la celebrazione domenicale. Non riusciamo a far combaciare il bene del singolo con il bene comune, trattiamo i beni pubblici come se fossero di nessuno, lasciamo che il degrado li renda inservibili e più costosi per tutti: si fa presto a imbrattare una parete appena affrescata; a lanciare una cicca dal finestrino; parcheggiare in modo tale che nessun altro lo possa fare, solo per non andare qualche metro più avanti.

È scippo di vita, è attentato al bene comune, il gioco incomprensibile dello scarica barile, proprio di una certa burocrazia e della mala politica, che determina immobilismi, lentezze, ulteriori paralisi e impoverimenti. Stento a comprendere come, vedendo passare il tempo, non ci rendiamo conto delle sempre più numerose urgenze e continuiamo a non fare scelte idonee. 

Non posso parlarti più a lungo, perché approfitterei della pazienza della mia gente, ma Tu sai quant’è grave, qui da noi, il problema della disoccupazione, dei giovani, della droga, dell’alcol, del gioco d’azzardo, dell’usura, delle mille forme di violenza, degli anziani, dei diversamente abili e potrei continuare. 

Non posso non ricordarti, infine, Signore, te lo aspetti, vero?, la situazione della nostra Cattedrale e del centro storico. Anche per questo non permetterci la rassegnazione. La città è di noi che la viviamo, noi siamo la città e il territorio. I monumenti, la viabilità, i servizi, sono lo specchio di ciò che siamo e di ciò che aspiriamo a essere. I nostri avi ci hanno consegnato il sogno di una città “grande”, fa’ che non lo spegniamo, rifiutandone l’eredità. 

A proposito di macerie, permettimi, Signore, di ricordarti Mario Cardinale, l’operaio di Bivona, sepolto dalla frana nella cava di Villafranca Sicula, e con Lui le altre vittime, morte per lavoro e di lavoro. Ti prego, Signore, dacci il dono dell’amicizia, cemento che salda le relazioni e costruisce la città e il territorio. Dacci in questa Pasqua, il dono di un’amicizia carica e capace di misericordia, come quella che Tu offristi al ladrone che ti rubò un posto in Paradiso, perché senza l’amicizia, prima o poi, rischiamo di morire di egoismo e solitudine".

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