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Lunedì, 20 Maggio 2024

Concetta Rizzo

Responsabile di Redazione

Confusione, incertezza e sospetti: ecco quali ferite provocano le intimidazioni

Chi ha ricevuto proiettili, croci fatte in svariati modi, lumini, teste di animali, per mesi, continuerà, ogni volta che torna a casa o si reca nel luogo del rinvenimento, a guardare, per primissima cosa, il posto dove l'avvertimento era stato collocato

"Chi può essere stato? E perché?". "Da dove arriva sta cosa? È legata al lavoro? O alla mia vita?". "Chi vuole farmi spaventare? Per quale motivo? Perché arrivare a tanto?". Chi diventa bersaglio di un'intimidazione, comunque essa venga composta, passerà giorni (e soprattutto notti!), settimane e mesi a porsi questi interrogativi. All'inizio, nelle ore e nei dì immediatamente successivi alla scoperta, le domande verranno poste - cercando di ragionare con lucidità e trovare un'ipotesi plausibile - a mezza voce, guardando negli occhi i componenti della famiglia o gli amici fraterni. Poi, con il passare delle settimane, rimbomberanno - ma resteranno silenziose - in testa.

Polizia o carabinieri, a seconda di chi si occuperà del fascicolo d'inchiesta, rivolgeranno quante più domande possibili. Lo fanno per cercare di circostanziare, capire, tracciare un'ipotesi investigativa da portare avanti, tentando di svilupparla. Se la vittima dell'intimidazione ha dei sospetti più o meno precisi, sarà - deve essere - facile rappresentarli. Le forze dell'ordine e la magistratura si faranno in quattro per raccogliere prove e indagare il presunto responsabile. Se invece, e a quanto pare accade a tanti "bersagli", non si sa davvero dove e come possa essere maturato quell'avvertimento, dopo un paio di giorni dall'inquietante rinvenimento, sarà il tempo dei sospetti. E, di fatto, si sospetterà di tutti o quasi: familiari, amici, conoscenti, vicini di casa, colleghi, persone con le quali c'è stato un battibecco o una banalissima diatriba, gente con la quale si ha avuto a che fare per lavoro. Si penserà a tutto e al contrario di tutto. Per grandi linee e genericamente, è questo che provocano - qualunque sia la professione della vittima: dal sindaco all'imprenditore, dal giornalista all'impiegato o pensionato o agricoltore - i messaggi intimidatori. Confusione, incertezza, scombussolamento o "senso di tradimento", come lo ha definito ieri sera il sindaco di Palma di Montechiaro Stefano Castellino. 

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Cercando di capire, da soli o assieme alle forze dell'ordine, si resta poi in attesa. S'attende la telefonata del poliziotto o del carabiniere, che forse per empatia si è sentito più vicino sia al momento dell'intervento che della denuncia a carico di ignoti, e l'annuncio: "Ci siamo! Lo abbiamo identificato!". Chiamate che, però, non sempre arrivano. Ma non per questo lo Stato non si sente vicino. Tutt'altro. Polizia, carabinieri, procura, prefettura si sentono - perché non lasciano da soli - più vicini che mai. 

Mentalmente ci si ripete le parole pronunciate da qualche funzionario della polizia (uno di quelli che ne ha viste tante!), parole che nel trambusto hanno dato maggiore tranquillità e che sembrano essere l'ancora alla quale aggrapparsi: "Stanno cercando soltanto di far spaventare. Non vogliono far male, se avessero voluto lo avrebbero già fatto!".   

Chi viene sottoposto a vigilanza generica, si abituerà al passaggio delle pattuglie di polizia e carabinieri. Qualcuno si sentirà perfino in colpa e, in tutte le circostanze utili, ribadirà che "non vuole sottrarre uomini al territorio, perché non si sa mai, perché servono per 'cose' più importanti". Quotidianamente, quando incontrerà gli uomini in divisa, non potrà far altro che ripetere, tutto d'un fiato, 100 volte "grazie". Chi ha ricevuto proiettili, croci fatte in svariati modi, lumini, teste di animali o esemplari sgozzati, per mesi e mesi, forse anni, continuerà, ogni volta che torna a casa o si reca nel luogo del rinvenimento, a guardare, per primissima cosa, il posto, l'angolo dove l'intimidazione era stata collocata. Perché gli avvertimenti, specie a chi pensa di non aver mai fatto male, lasciano un trauma. Si va avanti certo, tanto nella propria vita quanto nel lavoro, forse anche con più determinazione. Ma una "ferita" psicologica resta. 

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E quando si sentirà, in futuro, parlare di avvertimenti e intimidazioni che hanno raggiunto Tizio o Caio e magari si ascolterà l'insensato, quasi sempre ripetuto, commento: "La scorta vuole!", si esploderà all'improvviso. E non per difendere Tizio o Caio, ma soltanto perché nessuno - se non ci passa - può veramente capire cosa significhi, cosa si provi, cosa succede quando davanti al naso ci si ritrova oggetti che vogliono - e ci riescono - minare la serenità. 

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