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Artigiano ucciso a Cattolica, le rivelazioni del fratello: "Erano in tanti, altrimenti si sarebbe difeso"

L'INTERVISTA. Parla Ignazio Miceli. E' stato lui lunedì mattina a trovare il fratello Giuseppe in un lago di sangue nell'ufficio del laboratorio di marmi che gestivano insieme. "Il vizio del gioco? Sì, è vero. Ma se così fosse, uccidendolo cosa c'hanno guadagnato i creditori? Avrebbero potuto chiedere a me. Avrei saldato io i debiti, come già successo in passato..."

"Ho aperto la porta, così come facevo ogni mattina. Ma questa volta l'ho trovato disteso a terra. Ho visto prima le gambe. Poi la testa, che era nascosta dalla scrivania. E’ stato agghiacciante vederlo. All'inizio ho pensato ad una scossa elettrica mentre lavorava, perché in volto era molto scuro e vicino al corpo c'erano due pompe idrauliche che qualche giorno prima mi aveva detto di volere aggiustare. Poi mi sono avvicinato, facendo attenzione a non calpestare il sangue per non inquinare le eventuali prove. Ho visto le ferite e allora ho capito che non c'era più nulla da fare. Sono corso fuori, ho iniziato ad urlare in strada. Poi ho chiesto aiuto alla gente in un bar lì vicino. E subito dopo sono arrivati i carabinieri. Ancora mi chiedo il perché di tanta ferocia contro mio fratello". 

E' il pomeriggio di martedì 8 dicembre e sono da poco trascorse 24 ore da quando Ignazio Miceli ha trovato il corpo senza vita del fratello più piccolo, Giuseppe, nel laboratorio di marmi che gestivano insieme a Cattolica Eraclea, in via Francesco Crispi. L'uomo parla nel salotto della sua abitazione, dove da lunedì è un continuo andirivieni di gente: amici e parenti che, increduli e spaventati per l'accaduto, fanno visita ai familiari della vittima. 

Racconta con lucidità quei momenti vissuti lunedì mattina, intorno alle otto e un quarto, e continua a chiedersi il perché di tanta ferocia. 

"Lo hanno ucciso come un cane. Come può un essere umano arrivare a tanto?". La notizia dell'esito dell'autopsia non è stata ancora diffusa, ma Ignazio Miceli – che nel frattempo è stato sentito dai carabinieri e che dice di aver riferito agli investigatori le sue perplessità - sembra essere convinto che si tratti di un omicidio. "Ed erano sicuramente più persone, perché se fosse stata soltanto una mio fratello si sarebbe difeso a dovere" dice. 

"Adesso, ed è comprensibile, in paese c'è tanta paura – dice ancora Ignazio Miceli - . Non sappiamo chi e per cosa abbia potuto fare questo a mio fratello. Io penso ad una rapina finita male. Non credo che ci siano storie di debiti per il gioco. Stavo molto attento a questo". 

Sì, perché una delle piste seguite dagli investigatori è proprio quella di una lite per debiti di gioco finita in tragedia. Giuseppe Miceli, infatti, aveva un'unica passione: quella delle scommesse calcistiche e delle giocate al superenalotto. Un "vizio" che non nascondeva e che aveva da tanto tempo. 

Ma potrebbe anche aver esagerato nascondendole la cosa e maturando così un grosso debito. O no?
"Non credo proprio. L'unico debito risale a tanti anni fa. Un tizio venne da me chiedendomi dei soldi che aspettava da mio fratello. Roba di poche centinaia di euro, niente di che. Ma la cosa si risolse subito: ho saldato io per conto di mio fratello ed è finita lì".

Ma giocava davvero così tanto come si mormora in paese?
"Gli piaceva. Era l'unica passione. Non aveva famiglia e spendeva i suoi soldi così, ma non esagerava. Lo aiutavamo un po' tutti. Lui iniziò a giocare tanti anni fa. Nel 1996 se non ricordo male. Iniziò quando l'allora vicepresidente del Consiglio dei ministri, Walter Veltroni, introdusse una seconda estrazione del lotto il mercoledì per raccogliere fondi da destinare ai beni culturali. Quello fu il momento in cui mio fratello iniziò a giocare. Ma lo tenni sempre sotto controllo. Poi negli ultimi anni aveva ridotto le giocate. Controllavo i conti per star certo che non esagerasse". 

Lei che idea si è fatto?
"Penso ad una rapina. Mio fratello quel pomeriggio aveva ricevuto centocinquanta euro da un cliente e altri cento euro da un altro cliente per alcuni lavori fatti a Montallegro. Quindi avrebbe dovuto avere nelle tasche almeno 250 euro. E invece i carabinieri mi hanno detto di non aver trovato nulla. E poi se dietro ci fosse davvero un debito di gioco, gli eventuali creditori che c'avrebbero guadagnato? Uccidendolo non avranno mai più i loro soldi. No, no. Penso ad una rapina. Probabilmente lo hanno seguito, hanno aspettato che entrasse nell'ufficio e poi sono entrati chiudendo la porta e facendo quel che poi hanno fatto". 

Ma che tipo era suo fratello?
"Era voluto bene da tutti. Era un gran lavoratore. Io ormai non riuscivo più ad aiutarlo, per via dell'età. Ma lui riusciva ancora a lavorare il marmo con grande maestria. Era molto bravo. Prima avevamo un dipendente, un ragazzo di Ribera, che gli dava una mano. Poi lo abbiamo licenziato. Per prendere le lastre di marmo utilizzava una piccola gru con la pinza e dopo averla messa sul pianale di lavoro iniziava a modellare e a rifinire. Non capisco come altri essere umani possano averlo ridotto in quelle condizioni". 

Cosa ricorda di quel lunedì mattina?
"Ricordo mio fratello per terra. Sono arrivato e dopo aver spinto la porta ho visto mio fratello per terra. Poi ho visto quella ferita al mento. Ma non era una ferita da taglio, perché altrimenti sarebbe stata dritta. Invece era a zig zag ed era stata provocata dal granito che hanno usato per dargli la botta dietro la nuca. Che è stata quella mortale, come mi ha poi raccontato un investigatore". 

Cosa ha pensato in quel momento?
"All'inizio ho pensato ad un incidente mentre riparava le pompe idrauliche. Ma aveva ancora il giubbotto e ho pensato che gli avrebbe dato fastidio per lavorare sui motori. E poi mi hanno detto che in realtà quei due motori per l'acqua glieli hanno tirati addosso durante la colluttazione. Quei porci. Perché almeno dovevano essere in due. Perché se fosse stato uno mio fratello si sarebbe difeso. Tra l'altro hanno visto una macchina scappare di corsa. E anche questa è una cosa al vaglio degli inquirenti".

Ma suo fratello era in difficoltà economiche?
"Ultimamente sì, ma per via della crisi, della mancanza di lavoro. Io aiutavo mio fratello così come fa un nonno con i nipoti. Se mi chiedeva 100 euro glieli davo senza problemi". 

Dopo tutto questo, lei cosa pensa?
"Che se avessero voluto ucciderlo gli avrebbero sparato un colpo di pistola e basta. Senza fare tutta questa scena, rischiando di far insospettire la gente che abita lì vicino. La mia domanda, che porterò per sempre con me, è soltanto una: come una persona può ridurre un'altra persona in quelle condizioni? Come se fosse stato un cane…".

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