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Giovedì, 23 Maggio 2024
La decisione

Subì interdittiva antimafia e chiede risarcimento milionario alla Prefettura, il Tar: "Non ne ha diritto"

L'azienda perse numerose commesse pubbliche per l'accusa (ritenuta infondata dal Cga) che il padre fosse uno stiddraro

Subisce un'interdittiva antimafia che viene poi revocata dal Cga per "difetto di motivazione", ma non ha diritto ad un risarcimento dei danni patiti perchè la Prefettura non agì in modo discrezionale nell'emetterlo.

Per questo motivo un imprenditore favarese, titolare di un'azienda edile, non potrà ottenere - secondo il Tar - un risarcimento da oltre un milione e ottocentomila euro.

L'uomo si era rivolto al tribunale amministrativo regionale dopo aver incassato nel lontano 2015 una vittoria dinnanzi alla Corte di giustizia amministrativa per la Sicilia: i giudici amministrativi avevano infatti revocato l'interdittiva che si fondava unicamente su un vincolo di parentela: in particolare si rilevava come il padre di uno dei titolari, per quanto ultraottantenne e incensurato, facesse parte delle "Code piatte", gli stiddrari favaresi. Va anche detto che, in una prima istanza, il Tar gli aveva dato torto. 

La società, dopo quella interdittiva, perse la possibilità di partecipare a numerosi lavori pubblici e ricevette, dice il ricorso, danni anche d'immagine importanti da quantificare in oltre 1 milione e ottocentomila euro.

Richiesta risarcitoria che, però, adesso il Tar ha respinto ritenendo che non vi sia responsabilità attribuibile all'uffico territoriale del Governo per quella interdittiva poi cassata. "Vanno rilevati l’ampio spettro di discrezionalità di cui è titolare l’autorità prefettizia nel campo della prevenzione del fenomeno mafioso, il carattere preventivo e cautelativo dei provvedimenti da adottare, le difficoltà e la complessità delle questioni da esaminare al fine di ricostruire un quadro indiziario attendibile in presenza di diversi elementi – non sempre agevolmente decifrabili - sui quali si basano comunemente i provvedimenti di cautela antimafia (frequentazioni, parentele, rapporti di affari, contatti da parte di soci con soggetti controindicati)" dicono i giudici.  

"La circostanza che il giudice di appello abbia annullato tale provvedimento non significa, per ciò stesso - dice ancora la sentenza - che vi sia stata necessariamente negligenza, imprudenza o imperizia da parte della Prefettura", questo anche perché l'allora prefetto prese atto "delle valutazioni espresse dal gruppo ispettivo misto nella riunione del 20 settembre 2012, ed ha adottato l’informativa sulla base di un’apposita attività istruttoria svolta dalla guardia di finanza e dal comando provinciale di Agrigento dei carabinieri".

Ma non solo: secondo il Tar il Cga ha accolto la censura per “carenza di motivazione e difetto di istruttoria e, quindi, per un vizio di natura procedimentale che non sconfessa pienamente la valutazione discrezionale operata dalla Prefettura in ordine alla sussistenza ed attualità del pericolo di infiltrazione mafiosa addotto a sostegno dell’informativa interdittiva".

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