Sabato, 13 Luglio 2024
L'appello

Morta a 24 anni per un incidente provocato da una buca, giudice non motiva sentenza dopo 2 anni: i familiari pronti a incatenarsi

Per il decesso di Chiara La Mendola, avvenuto il 30 dicembre del 2013, sono stati condannati due dirigenti comunali con l'accusa di non avere nè eliminato nè segnalato il dissesto. Il ritardo nel deposito, previsto inizialmente in 90 giorni, ha fatto prescrivere il reato e rallenta il procedimento per il risarcimento. I legali attaccano e si rivolgono al presidente della Corte di appello: "Per ragioni analoghe lo stesso magistrato ha fatto scarcerare dei mafiosi"

Un anno e undici mesi non sono stati sufficienti per motivare la sentenza, il cui deposito in un primo momento era previsto in 90 giorni: le accuse a carico di due funzionari comunali, riconosciuti colpevoli di omicidio colposo, sono prescritte e il procedimento civile per il risarcimento resta "congelato".

I genitori e un fratello di Chiara La Mendola, la ragazza di 24 anni morta quasi dieci anni fa in un incidente con lo scooter provocato da una buca piena d'acqua, in viale Cavaleri Magazzeni, ad Agrigento, si dicono pronti a incatenarsi davanti alla Corte di appello e rivolgersi al ministro dell'Interno, Carlo Nordio. 

Il verdetto, che confermava quello emesso il 12 luglio del 2018 dal tribunale di Agrigento, è stato emesso dai giudici della seconda sezione della Corte di appello di Palermo il 19 aprile del 2021. 

Il verdetto: "C'erano i fondi per ripararla o segnalarla"

Un anno di reclusione, per l'accusa di omicidio colposo, è la pena inflitta al dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di Agrigento Giuseppe Principato e al responsabile del servizio di viabilità Gaspare Triassi. La ragazza, in particolare, secondo quanto ha accertato il processo, avrebbe perso il controllo del suo scooter Scarabeo per colpa della buca finendo sotto le ruote di un’auto che proveniva dalla direzione opposta. La povera Chiara è morta sul colpo, prima ancora che arrivassero i soccorsi.

“Al di là della fin troppo dichiarata mancanza di fondi, il Comune di Agrigento disponeva comunque di quelli necessari, oltre che del personale, della struttura e dei mezzi, per compiere quantomeno i piccoli lavori di manutenzione ordinaria, quali la copertura di una buca sull’asfalto o anche solo, appunto, per segnalare l’insidia agli utenti della strada”. Così ha scritto il giudice Giuseppe Miceli nelle motivazioni della sentenza di primo grado.

Verdetto di cui, in seguito, è stata decisa la conferma ma non sono state depositate le motivazioni con la conseguenza che la vicenda non può approdare in Cassazione e resta tutto fermo.

I genitori di Chiara e il fratello Marco: "Oltraggio alle leggi dello Stato e ai nostri sentimenti"

"Questo inammissibile ritardo del giudice Alfonsa Ferraro, incaricata di redigere la sentenza, nel depositare tale sentenza - scrivono in una lettera firmata anche dal loro legale Daniela Principato e indirizzata al presidente di sezione della Corte di appello, Antonio Napoli, si colloca in stridente, violento e oltraggioso contrasto con le leggi dello Stato Italiano, oltre che con sentimenti e diritti di noi congiunti della povera Chiara".

I familiari aggiungono: "I nostri avvocati, che ci hanno assistito vittoriosamente in primo grado e in appello, sin dalla stessa sera di quel tremendo 30 dicembre 2013, gli avvocati Giuseppe Arnone e Daniela Principato, ci hanno chiesto di sospendere la protesta pubblica che - su suggerimento di amici giornalisti - volevamo porre in essere, noi congiunti, incatenandoci per protesta avanti alla Corte d’appello di Palermo, scrivendo e coinvolgendo il ministro Carlo Nordio. Con la presente missiva - aggiungono - sottoponiamo alla sua attenzione, questo caso di pacifica illegalità e violazione di legge, da parte della giudicante Alfonsa Ferraro, che omette di scrivere la sentenza da 23 mesi. I nostri legali, Arnone e Principato, ci hanno anche mostrato gli articoli di stampa della scorsa estate, riguardanti un’altra vicenda scandalosa, se vogliamo, ancora più scandalosa, concernente la scarcerazione di soggetti condannati per mafia, anche in appello, a pene pesantissime (la mafia di Borgetto), scarcerati perché non è stata depositata, entro i termini, la relativa sentenza".

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