Gestione del servizio idrico: ad un anno dalla risoluzione cosa è cambiato?

Il percorso verso la gestione pubblica è ancora lunghissimo e oggi non è chiaro quanto tempo ci vorrà

I prossimi 365 giorni potrebbero essere abbastanza importanti per il futuro della gestione del servizio idrico in provincia. O almeno si spera che possano essere più produttivi di quanto non siano stati i precedenti.

Il sei dicembre scorso, del resto, si "festeggiava" il primo anno dalla lettera di rescissione del contratto con la Girgenti Acque che è però oggi ancora il gestore del servizio e ad essere variata è unicamente la sua guida, che è nel frattempo passata a due commissari prefettizi dopo l’informativa antimafia.

Che sia cambiato poco è comunque un fatto scontato, dato che per far sì che diventi operativa la società consortile servirà tempo (molti cittadini erano sono stati convinti che quel voto del Consiglio dell’Ati avrebbe spazzato via tutto con un colpo di spugna), e anche in considerazione che le questioni da risolvere sono ancora tantissime.

Partiamo dall’effettiva individuazione dell’ambito idrico: quali comuni cioè dovrebbero rientrare nella gestione della società consortile e quali no. L’ultimo passaggio formale in ordine di tempo si è registrato a fine ottobre, quando l’Assemblea territoriale idrica, a maggioranza, ha dato incarico agli uffici di individuare i comuni che potranno continuare la gestione diretta sfruttando l’articolo 147 della legge “Galli” dopo che la “palla” era rimasta a galleggiare in assemblea con molti sindaci che hanno ritenuto quell’atto “viziato” dalla decisione di concedere delle proroghe ai comuni individuati come potenzialmente beneficiari (parliamo di Cammarata, Santo Stefano di Quisquina, Bivona, Alessandria della Rocca, Cianciana, Burgio, Menfi e Santa Margherita di Belice). Una decisione che pare gli uffici siano pronti a prendere, mantenendo appunto gli otto centri già individuati come potenzialmente beneficiari della gestione diretta. Del resto l’Ati aveva già spiegato e argomentato perché questi otto centri avrebbero avuto diritto alla gestione ai sensi dell’articolo 147, pur prevedendo per tutti loro, come dicevamo, una deroga di 12 mesi per consentire di raggiungere pienamente gli stessi requisiti.

Conseguenza della concessione della gestione diretta, l’onere di mettere in rete l’acqua non utilizzata. L’obiettivo dell’Ati, del resto, dovendo gestire in proprio con il sistema della società consortile il sistema idrico, è quello di ridurre in modo significativo quanto acquistato oggi da Siciliacque. Tra il recupero della risorsa detenuta dai comuni “ribelli”, il ri efficientamento di pozzi inutilizzati e interventi sulle reti idriche si punta a recuperare almeno 400-500 litri secondo, che è appunto il 50% del fabbisogno giornaliero.

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Un punto centrale anche per il nuovo (anzi, rinnovato) piano d’Ambito, che però è lungi dall’essere adottato. Ad inizio novembre si era chiesto alla società Sogesid di fornire un preventivo in tal senso, ma ad oggi non è arrivata alcuna risposta. Anche in questo caso l’Ambito potrebbe decidere di trovare soluzioni alternative, per quanto si tratti di un’operazione a prescindere non esattamente a costo zero.

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