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Sabato, 15 Giugno 2024
Operazione "Alto livello"

Frode fiscale da 29 milioni di euro, 16 misure cautelari e sequestro di beni: il promotore è un agrigentino

Stando all'accusa, il capo del sodalizio si è avvalso di due studi di consulenza (legale e amministrativo) presenti a Catania. Gli altri 14 indagati, in qualità di membri, gestivano a livello amministrativo le reti di imprese

Un ruolo centrale sarebbe stato svolto da un indagato di origini agrigentine ma residente a Catania, che si sarebbe avvalso di due studi di consulenza (legale e amministrativo) operanti nella città etnea. L’associazione a delinquere vedrebbe il principale indagato nella veste di capo e promotore, l’avvocato dello studio legale quale promotore e organizzatore e ulteriori 14 soggetti, in qualità di membri, con ruoli gestori dei profili operativi e amministrativi delle reti di imprese. 

Emerge anche questo dall'operazione - che ha sventato un "sistema di frode fiscale su scala nazionale, con regia unica su Catania, abusando dei vantaggi normativi in tema di 'distacco di personale', previsti per i contratti di 'rete tra imprese'" - portata a termine dai finanzieri del comando provinciale di Catania. Militari che, con il supporto dello Scico e dei comandi provinciali di Milano, Brescia, Roma, Pesaro, Ragusa, Siracusa ed Enna, hanno dato esecuzione a due ordinanze del gip che ha applicato misure cautelari personali e patrimoniali nei confronti di 16 persone, a vario titolo indagate assieme ad altre 17 persone, per associazione a delinquere, emissione di fatture per operazioni inesistenti (Foi), dichiarazione dei redditi infedele e fraudolenta mediante utilizzo di Foi, omesso versamento di ritenute previdenziali e di Iva, autoriciclaggio e riciclaggio di denaro illecito.

Come funzionava il meccanismo di frode

Il meccanismo illecito avrebbe così permesso di ridurre i costi del lavoro per le imprese. Le società capofila avrebbero agito da "serbatoi di manodopera" e sarebbero state organizzate secondo le esigenze gestionali dell'organizzazione, il cui principale interesse era quello di consentire il distacco dei lavoratori a scopo di lucro nei confronti di 439 società coinvolte. Inoltre, dopo avere accumulato un debito tributario e contributivo significativo, le società sarebbero state sistematicamente poste in liquidazione e sostituite da altre società che avrebbero assorbito gli stessi lavoratori, posti nuovamente in distacco a favore della stessa impresa beneficiaria.

Il ruolo chiave di un avvocato

Un ruolo centrale, in questo contesto, sarebbe stato svolto da un indagato di origini agrigentine ma residente a Catania, che si sarebbe avvalso di due studi di consulenza catanesi, uno legale e uno amministrativo. In questo contesto, un avvocato avrebbe avuto il ruolo chiave di organizzatore del meccanismo di frode, mentre altri 14 persone avrebbero gestito i profili operativi e amministrativi delle reti di imprese. Le società e le diverse reti di imprese succedutesi nel tempo avrebbero emesso false dichiarazioni relative ai foi, caricandosi di importanti debiti Iva che non sarebbero stati saldati, consentendo a centinaia di società che utilizzavano la manodopera di incrementare la flessibilità aziendale, venendo meno la gestione formale dei propri lavoratori dipendenti, e ridurre i costi del lavoro subordinato. Potevano infatti contare su un onere per il servizio di erogazione di personale in distacco più economico rispetto a quello da sostenere con assunzioni in proprio, tenuto conto anche della possibilità di portare in detrazione l’iva applicata alle fatture emesse dalle società distaccanti.

I contanti "ripuliti" con false fatture

I guadagni illeciti sarebbero derivati dalla presentazione di dichiarazioni dei redditi infedeli da parte delle società coinvolte nella frode, e dalla sistematica omissione dei versamenti delle ritenute previdenziali dei lavoratori e dell’Iva incassata sulle foi emesse. In soli 5 anni, il fatturato delle società gestite dal principale indagato avrebbe superato i 61 milioni, con un mancato versamento di imposte e contributi dovuti per circa 25 milioni di euro. Gli ingenti guadagni illeciti sarebbero stati in parte reimpiegati verso altre società e in parte dirottati a favore del soggetto promotore dell'organizzazione e di altri indagati, anche attraverso quella che gli inquirenti indicano come una "vorticosa movimentazione di denaro contante", utilizzato per assicurarsi un tenore di vita molto elevato e per l’acquisto, in diverse occasioni, di beni di lusso per 270 mila euro. Per il riciclaggio dei proventi illeciti sarebbero emerse due indagati di Roma, privi di reddito, che avrebbero consegnato in diverse occasioni rilevanti somme di denaro "sporco" in contanti al principale indagato, per poi emettere, in qualità di amministratori di 3 società romane, fatture nei confronti delle imprese facenti capo di fatto allo stesso soggetto. Quest’ultimo, poi, avrebbe effettuato bonifici alle aziende in questione a saldo delle fatture per un importo complessivo di 8,7 milioni di euro, consentendo agli amministratori di rientrare in possesso del denaro riciclato.

Sequestrati beni per 29 milioni di euro

Grazie alle indagini del nucleo di polizia economico finanziaria di Catania, il giudice per le indagini preliminari etneo ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di 5 persone, gli arresti domiciliari per 7 indagati e l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per altre 4 persone, insieme al sequestro delle quote di 37 società, di disponibilità finanziarie, di beni mobili e immobili riconducibili ai destinatari della misura cautelare, per un valore totale di circa 29 milioni di euro.

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