Feudo Arancio e l'inchiesta per riciclaggio, determinanti i racconti di Di Gati

Il pentito: "Il metodo per convincerli fu quello tradizionale. Ho saputo che furono organizzate alcune spedizioni, una serie di danneggiamenti per far capire alle aziende che dovevano sottomettersi alle esigenze dell'associazione"

Una speculazione finanziaria con la quale, per la Procura di Trento, furono riciclati oltre 35 milioni di euro. Per concludere l'affare e convincere gli imprenditori del Nord, inizialmente poco propensi a scendere a patti, sarebbe intervenuto il boss Matteo Messina Denaro. Il pentito Maurizio Di Gati, ex capo provincia di Cosa Nostra ad Agrigento, consegnatosi ai carabinieri nel 2006, temendo di essere scalzato dal suo rivale Giuseppe Falsone, che aveva di fatto preso il suo posto, ha rivelato ai magistrati di Ragusa, da cui poi è confluita su Trento parte dell'inchiesta, i dettagli dell'operazione finanziaria di cessione dei vigneti del Feudo Arancio al gruppo trentino Mezzacorona. L'inchiesta ha portato al sequestro preventivo di fabbricati e vigneti a Sambuca e ad Acate, per un valore stimato in oltre 70 milioni, appartenenti al gruppo Mezzacorona, una delle realtà vitivinicole più importanti d'Italia.

"Riciclaggio agevolando Cosa Nostra", sequestro da oltre 70 milioni di euro

La maxi operazione di riciclaggio, in due fasi, sarebbe stata portata a termine fra il 2001 e il 2003. Quattro gli indagati. Sono Fabio Rizzoli, ex amministratore delegato di Mezzacorona; Luca Rigotti, presidente del Consiglio di amministrazione; Gian Luigi Caradonna e Giuseppe Maragioglio, che gestivano le società proprietarie dei beni dei cugini Antonino e Ignazio Salvo, uomini d'onore di Salemi, iniziali proprietari dei vigneti al centro della vicenda. Il 2 e il 16 febbraio del 2001 - sostiene l'accusa - Rizzoli, Rigotti e Caradonna "ripuliscono" decine di fondi e fabbricati di Sambuca di Sicilia, paese dove comandava il boss Leo Sutera, insegnante a Palermo, considerato uno dei fedelissimi di Messina Denaro: i beni di proprietà dell'associazione mafiosa vengono riciclati, secondo l'accusa, attraverso un'operazione all'apparenza lecita, vale a dire una cessione (ritenuta fittizia) nell'ambito della quale vengono emessi assegni per 13 miliardi delle vecchie lire. Due anni dopo - nel frattempo viene introdotto l'euro - un'operazione analoga, questa volta legata a terreni e fabbricati di Acate sarebbe stata realizzata da tutti e quattro gli indagati. Il gruppo trentino, secondo quanto ipotizza il gip La Ganga, che ha emesso il decreto di sequestro, avrebbe riciclato circa 21 milioni di euro della mafia di Salemi, che avrebbe continuato in questo modo a mantenere la proprietà dei beni attraverso dei prestanome. "Gianluigi Caradonna - ha detto il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca - è il nipote nonché uomo di fiducia di Antonino Salvo, mentre Giuseppe Maragioglio è suo uomo di fiducia e prestanome". L'ex boss Di Gati aggiunge alcuni particolari alla ricostruzione della vicenda. I cugini Salvo - spiega - avevano un grosso feudo a Sambuca di Sicilia che poi è stato acquistato da imprenditori del Nord. A quel punto lo voleva gestire Leo Sutera, ma loro non erano propensi". Il metodo per convincerli fu quello tradizionale. "Ho saputo - aggiunge l'ex capo provincia di Cosa Nostra agrigentina - che furono organizzate alcune spedizioni, una serie di danneggiamenti per far capire alle aziende che dovevano sottomettersi alle esigenze dell'associazione". Fu una classica "messa a posto", secondo la Procura di Trento, con l'inserimento di figure, nell'amministrazione e nella struttura organizzativa, decise dai boss. E la gerarchia, come sempre avviene, venne rispettata e furono coinvolti i due capi provincia interessati all'operazione. Da una parte lo stesso Di Gati e dall'altra Matteo Messina Denaro che, nel 2002, con Bernardo Provenzano ancora libero e operativo, era il rappresentante delle famiglie mafiose di Trapani. "Per quanto riguarda la provincia di sua competenza - spiega Di Gati - Matteo Messina Denaro disse che potevano muoversi, ma che lui avrebbe voluto sapere l'esito dell'operazione. Ciò avvenne nel marzo-aprile 2002, in riferimento alla conclusione delle trattative con l'imprenditore ma l'operazione fu avviata nel 2001".

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Il gruppo Mezzacorona respinge con forza gli addebiti e ribadisce la totale estraneità "a collegamenti e attività mafiose in Sicilia. Il gruppo ha sempre agito correttamente e seriamente nel proprio impegno imprenditoriale a tutela dei propri soci, azionisti e collaboratori e ha la certezza di poter dimostrare la propria totale estraneità rispetto ai fatti contestati". 

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